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Note sulla preparazione del manoscritto

 Premessa

 

Premessa

Nell'uso tipografico e editoriale si dice «preparazione» del manoscritto la lettura attenta e minuziosa che di esso viene fatta allo scopo di emendarlo da ogni errore o dubbio, uniformare le incongruenze e disuniformità ortografiche e stabilire le caratteristiche generali di composizione.

Adoperiamo la parola «manoscritto» per indicare genericamente il lavoro presentato da un autore, non importa se sia effettivamente «scritto a mano», o invece dattiloscritto, oppure se si tratti di un esemplare stampato o riprodotto in fotocopia. Quando invece diremo «originale» intenderemo riferirci specificamente al manoscritto già entrato nell'alveo della lavorazione tipografica (o di sistemi analoghi), quasi «origine» della futura forma di stampa. Avvertiamo inoltre che il termine «originale» ha pure un uso più estensivo, cadendo sotto questa denominazione qualunque testo di lavoro commissionato, anche quello di un semplice biglietto di visita.

Questa lettura preliminare del manoscritto è imposta dall'esperienza di ogni editore e imprenditore grafico, e aziende che già da anni la fanno eseguire regolarmente per ogni lavoro hanno constatato un risparmio dei costi di composizione e di correzione non inferiore al 50%. Anche il miglior clima di lavoro che viene creato da questa eliminazione anticipata di dubbi e di scorrettezze ricompensa largamente il tempo in essa impiegato.

In queste pagine riassumeremo anzitutto alcuni consigli che editore e tipografo sogliono dare all'autore riguardo alla «presentazione» del manoscritto, e tratteremo quindi della sua revisione ortotipografica e della correzione delle bozze.

L'estensore di queste brevi note desidera qui ringraziare il dottor Paolo Boringhieri per le nozioni fondamentali apprese nella sua casa editrice circa la preparazione dei manoscritti e i professori Bruno Migliorini e Piero Fiorelli per le preziose osservazioni e i chiarimenti ricevuti riguardo all'ortografia italiana.

INIZIO

1. La presentazione del manoscritto

L'autore può contribuire in modo determinante a far si che il suo lavoro sia velocemente composto e che sia rispettata la data prevista per la stampa. Deve cioè consegnare un originale accurato e «definitivo» limitandosi, al momento delle bozze. a verificare che il testo sia stato fedelmente riprodotto. Modifiche tardive nella punteggiatura, aggiunte (soprattutto se all'inizio o all'interno di un capoverso), modifiche negli accapo e altre simili correzioni, oltre ad aumentare i costi di composizione (che l'editore o il tipografo potranno addebitargli nel loro pieno diritto), ritarderanno a volte anche notevolmente la pubblicazione del libro. Non bisogna infatti pensare che il maggior tempo richiesto per le fitte correzioni di certi libri si esaurisca in un lieve spostamento della data di stampa, perché la tipografia, dando la precedenza a un altro volume già pronto, non ne interromperà poi la stampa per mettere in macchina un lavoro diverso.

Un altro fatto impone sempre di più all'autore di abbandonare il brutto vezzo di «rifare il libro sulle bozze», ed è l'avvento dei nuovi metodi di composizione (dattilocomposizione e fotocomposizione) per cui, abbandonando le tradizionali ingombranti pagine di piombo, si ottiene il testo direttamente su pellicola, pronto a passare a suo tempo ai reparti di stampa offset o di altri sistemi.

Con questi nuovi procedimenti è così importante presentare un testo originale preciso e accurato in ogni sua parte che alcuni editori hanno già adottato la prassi di fare eventualmente ribattere nella casa editrice i manoscritti disordinati e Imprecisi rinviando poi la copia all'autore per un suo definitivo riscontro. In questo modo. salvo che per i libri in lingua estera o per libri scientifici particolarmente complessi, si rende addirittura superfluo inviare all'autore successive bozze del testo composto.

Elencheremo ora i punti principali che l'editore desidera sottoporre alla considerazione dell'autore al momento in cui questi si accinge alla stesura definitiva e al controllo del suo manoscritto.

INIZIO

1.1. Generalità

1. Il testo sia presentato su fogli dattiloscritti, preferibilmente del formato Uni A4 (21 x 29,7 cm), con righe comodamente interlineate (almeno spazio due) battuti su una sola facciata e con largo margine a sinistra. in testa e al piede (non meno di 4 cm).

2. Le pagine siano numerate progressivamente nell'angolo superiore destro.

3. Si battano preferibilmente tre copie: le prime due saranno a disposizione dell'editore che, trattenendo la copia, consegnerà alla tipografia la battuta originale di migliore lettura: l'ultima resterà all'autore per premunirsi da eventuali smarrimenti e per avere sempre un comune riferimento nel dialogo autoreeditoretipografo. Poiché è necessario consegnare alla tipografia un dattiloscritto con fogli sciolti, si badi che l'eventuale mezzo adoperato per tenerli insieme consenta di staccarli nuovamente senza difficoltà.

4. Eventuali aggiunte siano fatte direttamente nel margine del foglio solo se constino di poche parole. In ogni altro caso si preferisca usare un nuovo foglio dello stesso formato numerandolo, per esempio, 24 a, senza ritoccare la numerazione e aggiungendo a suo luogo sul foglio 24 «inserire 24 a». L'applicazione di strisce volanti direttamente in corrispondenza dell'inserimento è da evitare perché tali ritagli possono facilmente staccarsi e smarrirsi nel continuo maneggio delle cartelle dattiloscritte durante la composizione e la correzione.

5. Gli accapo siano resi sempre con un rientranza di battuta (per es. di 5 spazi). Ciò è da tener presente in modo particolare dal traduttore quando nell'originale in lingua straniera gli accapo fossero stati resi con un diverso espediente tipografico.

6. Per consentire da un lato di predisporre più esattamente i tempi di lavorazione e dall'altro per agevolare maggiormente il compito del revisore, il manoscritto sia consegnato completo in ogni sua parte ivi compresi il frontespizio col titolo dell'opera e il nome non abbreviato dell'autore, l'indice generale con i titoli esattamente formulati come nel testo e con l'indicazione del numero di pagina provvisorio corrispondente alle cartelle dattiloscritte, nonché, all'occorrenza, la prefazione e/o l'introduzione. le note, le tabelle, i grafici, i diagrammi, le illustrazioni con relative didascalie, la bibliografia, ecc. Queste parti integrative siano battute su fogli separati ma applicando quanto già detto nei punti precedenti a proposito del formato, dell'interlineatura, ecc. Soprattutto la bibliografia sia battuta con comoda interlineatura e ampi margini.

7. Le note relative a una tabella devono restare vicino alla tabella stessa e non inserite in mezzo a quelle del testo.

8. I brani che dovranno essere composti in corpo minore (tra questi sono da includere ordinariamente le citazioni quando sono numerose e/o di estensione notevole, occupanti per esempio più capoversi) siano battuti con la stessa interlineatura ma contraddistinti o da un segno marginale (preferibilmente con la matita colorata) o con una rientranza costante nella lunghezza di linea aumentando però in proporzione anche le rientranze dei capoversi.

9. Affinché l'impaginatore possa a suo tempo trovare senza fatica i richiami di nota all'interno delle cartelle dattiloscritte. si ripeta il richiamo nell'estremo margine destro, in corrispondenza delle linee interessate, cerchiandolo preferibilmente con matita colorata.

10. Le tabelle e le illustrazioni (grafici, diagrammi, fotografie) devono avere un proprio ordine progressivo. Il punto del dattiloscritto a cui esse si riferiscono ne recherà semplicemente il richiamo o in modo discorsivo o per inciso parentetico. Nel margine sinistro, in corrispondenza di detto richiamo. si metterà un segno convenzionale usando una matita colorata diversa per le tabelle e per le illustrazioni. Se si tratta di inserimento in un punto obbligato, si indichi prolungando il segno fatto con una freccia dello stesso colore.

11. Le didascalie delle illustrazioni, quando queste consistono in fotografie da riprodurre, siano preferibilmente raccolte a parte e non scritte sul verso della foto stessa. per evitare che segni di scrittura (specialmente se fatti con penne a sfera) possano apparire in rilievo sulla faccia da riprodurre. Sul verso della foto sarà sufficiente apporre un numero o una lettera progressivi di riferimento (da tracciarsi con un lapis leggero) riportandoli poi sul dattiloscritto.

12. Eventuali brevi correzioni a mano sul dattiloscritto siano fatte con scrittura chiara e immediatamente comprensibile, specialmente se si tratta di termini insoliti, o eminentemente tecnici. oppure di parole latine o appartenenti a lingue straniere. In questi casi si eviti di usare il tutto maiuscolo (= stampatello) immaginando di riuscire cosi più chiari, perché si mette invece in imbarazzo il compositore riguardo alla scelta delle iniziali maiuscole e minuscole.

13. Per dar modo (soprattutto al revisore e al correttore) di comprendere e completare eventuali correzioni imperfette apportate sul dattiloscritto, si abbia l'avvertenza di non usare penne. matite o pennarelli che cancellino le parole in modo tale da non renderle più leggibili in nessun modo.

14. In alcuni casi soprattutto, occorrerà agevolare il compositore nell'esatta interpretazione del manoscritto:

 

  1. - nei libri di matematica e nei libri scientifici in generale, occorre mettere grande cura nell'esprimere chiaramente i vari segni disegnati a mano, in modo che il compositore non li possa confondere, come per esempio i seguenti:
  2. e, E, e h, n 0, o, () S, s, 5 a, O, o, 0
  3. o a~, a, a, a, d W, n', ~'l' Fn, ~~fl, Fn
  4. o,P 0,0 y,y, Y <I> ~ A, A, A,J
  5. (,,e ~, ~, n, y 1,1, i, I a', a1, '...a'
  6. ~ ~, ~, / U, x, k, K 2,3,, Z tT, I', , U
  7. o Y, 'I' ~, ~~, x r, r, v, )I~, v (ni), v (ipsilon)
  8. - per aiutare il compositore a interpretare esattamente il trattino d'unione di talune parole composte e a non confonderlo con un normale trattino di divisione in fin di linea. è bene che l'autore usi due modi diversi per indicare questi due segni, battendo per esempio l'uguale (=) per indicare la normale divisione delle parole in fin di linea e adoperando invece il trattino () ogni volta che. sia in corpo di linea. sia in fine di linea, si intenderà esprimere un trattino d'unione da conservarsi nella composizione. Questa norma è indispensabile per l'esatta interpretazione delle parole in lingua straniera,'
  9. - per evitare sempre più che vengano composte in fine di linea (o, peggio ancora, all'interno, giacché nella maggior parte dei casi le linee della stampa non corrisponderanno a quelle dell'originale) divisioni di parole del tipo lo/articolo, quello/ autore, la/anima, ecc. che sono considerate vere storture linguistiche, si badi di evitare tali forme già sul dattiloscritto, o lasciando liberamente l'apostrofo in fin di linea (l'/articolo), o portando a capo la paroletta interessata (l') oppure dividendo (l'/ar-ticolo)

15. Nei dattiloscritti relativi a traduzioni, è buona prassi mettere in evidenza (per esempio con un numerino rosso nel margine sinistro in corrispondenza della linea interessata) anche la progressione delle pagine dell'edizione originale, in modo da rendere più agevoli eventuali ricerche dei revisori e dei correttori.

16. Specialmente per le parole espresse in lingue estere, quando fossero state battute in tutto maiuscolo, è necessario indicare a mano le iniziali che devono restare in maiuscolo e ogni accento eventualmente richiesto.

INIZIO

1.2. Correttezza e uniformità

1. L'ortografia usata nel testo deve corrispondersi in ogni altra parte, per esempio nell'indice, nelle note, nelle tabelle e soprattutto nelle didascalie delle figure, dove avviene più di frequente di notare disuniformità e incongruenze.

2. L'editore sarà grato all'autore che, consapevole di seguire un'ortografia insolita per determinate parole e desideroso che tale ortografia sia rispettata, vorrà segnalare esplicitamente questa sua esigenza contribuendo così a evitare inutili rifacimenti al momento della correzione.

3. Le citazioni di estensione notevole (salvo il caso che siano inserite all'interno del periodo senza che per esse si interrompa il filo del discorso) siano battute con la stessa interlineatura usata nel testo, ma con una rientranza costante a ogni linea, oppure contraddistinte da una doppia interlinea prima e dopo. Le citazioni vanno di norma lasciate in tondo, senza sottolineatura,

4. Riguardo alle citazioni si tenga presente quanto segue:

le citazioni in latino o in lingua straniera non richiedono di per sé il corsivo e perciò non vanno sottolineate sul dattiloscritto;

una citazione secondaria inclusa in altra principale va messa in evidenza usando, con la macchina per scrivere, le virgolette elevate semplici (') invece delle virgolette elevate doppie (");

nelle citazioni per le quali si sia già chiaramente indicato il corpo minore (cf. 8) è superfluo l'uso delle virgolette di apertura e di chiusura del brano citato.

5. I richiami di nota siano numerati progressivamente o per ciascun capitolo o per tutta l'opera, non invece ricominciando da 1 a ogni cartella dattiloscritta e neppure, nel caso di traduzioni, riportando tale e quale il numero dell'edizione originale; ciò, indipendentemente dalla sistemazione definitiva che si vorrà dare in seguito d'intesa con l'editore, agevolerà grandemente la composizione e l'impaginazione.

6. I titoli e i sottotitoli siano battuti in modo che si distingua nettamente la loro importanza e la loro reciproca relazione, mantenendo un criterio costante riguardo al modo di collocazione, alle sottolineature usate e alle caratteristiche alfabetiche. L'uso di colori convenzionali (il cui significato dovrà essere spiegato su un foglio a parte) può servire talvolta a indicare più nettamente i titoli principali e i titoli subordinati. i titoli su linea a sé non richiedono il punto finale, Poiché una determinata serie di titoli che nel dattiloscritto sono stati battuti in tutto maiuscolo potrebbero essere resi tipograficamente anche con un carattere maiuscolo e minuscolo, gioverà che l'autore indichi, sottolineandole con un trattino, le iniziali di quelle parole che dovranno essere interpretate come maiuscole. Lo stesso vale per ogni altro caso in cui si siano battute delle parole in tutto maiuscolo. Nelle parole in lingua straniera non si dimentichi di segnare gli accenti eventualmente richiesti nel passaggio dal maiuscolo al minuscolo.

7. Riguardo alle maiuscole l'uso moderno le vuole limitate ai casi veramente necessari; nel dubbio si preferisca la minuscola, seguendo in ogni caso un criterio uniforme. Si noti in particolare che, secondo l'uso dei migliori editori, l'iniziale minuscola è da preferirsi costantemente nei seguenti casi:

 

  1. - nomi con funzione appositiva davanti al nome proprio; es.: il re Baldovino, la regina Elisabetta, lo zar Pietro II, il presidente Einaudi, il granduca Leopoldo, la contessa Rossi. il marchese De Stefanis, il cavalier Chiosso, il colonnello Steffensen, il maggiore Cecconi, il caporale Bellini. papa Paolo VI, monsignor Bongianino, don Robaldo, fra Cristoforo, padre Pio, madre Cabrini, suor Cecilia, l'ingegner Giorgis, il professor Ripetti, il ragionier Astrua, l'avvocato Aicardi, il dottor Brazzale, l'arcbitetto Valotti, il signor Giovannini, l'onorevole Giolitti, il ministro Colombo, il senatore Sturzo;
  2. - l'appellativo «santo» (nelle sue varie forme) adoperato per indicare esplicitamente la persona; es.: la vita di san Giovanni Bosco il martirio dei santi Pietro e Paolo;
  3. - aggettivi appartenenti a intitolazioni di enti, organizzazioni, associazioni e simili; es.: Ente nazionale italiano di unificazione, Unione italiana del lavoro, Associazione italiana editori, istituto geografico De Agostini Società editrice internazionale; (N.B. Si fa eccezione quando la denominazione consta di due soli elementi: gli Editori Riuniti, la Libreria Fiorentina, ecc.);
  4. - i nomi dei punti cardinali (quando sono espressi in tutte lettere) e i loro sinonimi ogni volta che sono usati come semplice indicazione geografica; es.: si diresse verso sud, a ovest di Roma; a occidente il cielo si fece scuro;
  5. - i nomi dei mesi anche se usati in una datazione; es.: 12 settembre 1966, 27 luglio 1967, 2 gennaio 1969.

Sono da scriversi sempre con l'iniziale minuscola, nel rispetto delle norme internazionali di unificazione, i nomi delle unità di misura espressi in tutte lettere: 50 watt, 200 volt, ecc.

Qualora si fosse deliberatamente adoperato, in determinati casi, ora la maiuscola ora la minuscola, conforme il diverso valore assunto dalla parola nel contesto, sarà utile redigere (per uso del revisore e del correttore) un breve promemoria, soprattutto quando si ha ragione di pensare che la distinzione fatta non sarà riconoscibile di primo acchito; es.: il martirio di santo Stefano, i giorni di Natale e santo Stefano, e invece: la chiesa di Santo Stefano, il paese di Santo Stefano di Cadore; a sud di Roma, e invece: i problemi del Sud, il temporale si sposta a occidente, e invece: la tensione tra Oriente e Occidente; ecc.

8. Le citazioni bibliografiche richiedono molta precisione quanto all'ortografia dei nomi propri e dei titoli delle opere e quanto alla punteggiatura e alla collocazione uniforme di elementi quali la data, l'editore, il luogo e l'anno di edizione. Qualora non si conosca ancora, al momento della stesura della bibliografia, l'editore che si assumerà la pubblicazione del libro per accertare in proposito le consuetudini della sua Casa, si preferisca redigerle secondo la norma Uni.

Per agevolare il compito del revisore della casa editrice, costretto talvolta a fare lunghe ricerche per completare i dati mancanti, gli elementi principali della citazione (cognome dell'autore, iniziale del nome, opera, luogo di edizione, editore, anno dell'ultima edizione) siano sempre dati, nei limiti del possibile, in modo completo per ogni singola fonte.

9. I dialoghi richiedono uniformità soprattutto per quanto riguarda l'interpunzione in coincidenza con i lineati o con le virgolette. Se le battute del dialogo sono sempre disposte a capoverso si adoperano ugualmente bene le virgolette o i lineati; se invece si susseguono all'interno di uno stesso capoverso, sono più indicate le virgolette che constano di segni diversi per aprire e chiudere la battuta.

10. Il corsivo e il virgolettato vanno adoperati tenendo un criterio costante. Il corsivo dà un risalto più spiccato delle virgolette. Il segno che lo indica è una sottolineatura.

INIZIO

2. La revisione ortografica e tipografica del manoscritto

Soprattutto quando il manoscritto ha ricevuto dal suo autore solo scarse cure riguardo ai problemi già accennati di correttezza e uniformità, l'editore o il tipografo lo sottopongono ancora a un'attenta revisione allo scopo di chiarire ogni ulteriore incertezza o discordanza ortografica, verificare l'uso esatto della punteggiatura, dei segni ortografici e degli accenti, completando ove occorra l'uniformità nelle citazioni bibliografiche, nelle abbreviazioni, nell'uso delle maiuscole, nei richiami di nota in coincidenza della punteggiatura, e così via.

E da notare che le indicazioni generali di composizione relative a caratteri, corpi, giustezze, titoli, ecc. vengono più spesso fissate dall'ufficio tecnico o dal proto, salvo a trasmettere istruzioni specifiche allo stesso revisore per i casi più ordinari, come quando il manoscritto si inserisce in una collana già iniziata e della quale deve rispecchiare le caratteristiche.

Nelle pagine che seguono accenneremo ai punti principali che interessano globalmente la revisione del manoscritto, lasciando all'editore e al tipografo di stabilire concretamente quali punti attribuirsi nelle rispettive revisioni.

Essenziale comunque alla buona riuscita della revisione sia in sede editoriale sia in sede tipografica, è la ricerca costante della collaborazione dell'autore, senza la quale si incorre immancabilmente in guai più o meno gravi e incresciosi. Il revisore deve considerarsi in ogni momento un amico sincero dell'autore del quale cerca di capire e interpretare lo stile e le preferenze linguistiche, ogni volta che queste non cozzino palesemente contro le più comuni norme grammaticali o si allontanino dal suggerimento dei migliori dizionari.

INIZIO

2.1. Generalità

La revisione di un manoscritto può presentare diversi gradi di difficoltà a seconda della sua forma (testo scritto a mano, testo dattiloscritto, testi stampati, testi misti), a seconda della sua origine (testo scritto direttamente in italiano o testo tradotto), a seconda della sua destinazione (volume autonomo o contributo da includere in opere o in pubblicazioni collettive) e a seconda del suo contenuto (libri letterari, tecnici, scientifici, ecc.).

1. I testi scritti a mano sono sempre più rari perché gli editori richiedono costantemente agli autori di far dattiloscrivere i manoscritti che intendono proporre per la pubblicazione. Tuttavia in casi particolari (p. es. dizionari in lingue con alfabeti esotici, libri scientifici con particolare dovizia di formule e simili), quando l'autore scriva in maniera intelligibile, il testo scritto a mano è la soluzione più immediata e che dà anche le migliori garanzie di correttezza e di uniformità (almeno per l'aspetto ortografico).

2. I testi dattiloscritti richiedono una revisione più attenta. Non di rado avviene che l'autore (e più spesso il traduttore) non rivedono il lavoro fatto dalla copisteria, con la logica conseguenza di consegnare all'editore un dattiloscritto costellato di imprecisioni e disuniformità. Le disuniformità poi saranno particolarmente frequenti nel caso che il lavoro sia stato fatto da più persone aventi ciascuna una diversa istruzione e mentalità. Molto facile è inoltre trovare sui dattiloscritti delle divisioni di parole in fin di riga del tipo lo/articolo o dello/onorevole, dove il revisore dovrà costantemente ripristinare l'apostrofo per impedire che l'errore si verifichi nuovamente al momento della composizione.

3. I testi stampati (che, con modifiche più o meno notevoli, costituiscono a volte l'originale per una nuova edizione) hanno già generalmente una loro uniformità e correttezza. Compito del revisore sarà soprattutto di verificare che questa uniformità corrisponda in tutto ai criteri tipografici della propria casa editrice.

4. I testi misti (cioè formati da originali di diversa provenienza: dattiloscritti, scritti a mano, stampati, ecc.) richiedono, ancora più dei dattiloscritti, una lettura molto attenta, perché l'uniformità sarà completamente da stabilire.

5. I testi scritti direttamente in italiano da autori italiani richiedono una revisione molto rispettosa dello stile e delle giuste preferenze ortografiche dell'autore, pur consentendo una normale revisione tipografica.

6. I testi costituiti da traduzioni da lingue straniere esigono ordinariamente un intervento più frequente nella revisione fatta in sede editoriale. E indispensabile che il revisore esegua la sua lettura tenendo sottocchio l'opera originale in lingua straniera per rendersi conto all'occorrenza di ogni punto che si presuma incerto o inesatto. Questo tipo di testi comporta spesso che venga completato dal revisore il controllo della traduzione già fatto dal redattore eliminando, ovunque sia possibile e necessario, eventuali barbarismi e improprietà di lingua. Nelle traduzioni inoltre, più spesso che in manoscritti di altro genere, l'editore interviene facendo rispettare il particolare stile ortografico della propria Casa.

7. I testi di contributi destinati a un'opera collettiva (riviste, enciclopedie, ecc.) hanno in sede di revisione un trattamento diverso da quello dei testi di volumi autonomi, nel senso che consentono un intervento molto più abbondante in fatto di uniformità tipografica e ortografica, intervento che scaturisce dall'esigenza di conciliare tra loro autori diversi con proprie abitudini e preferenze. Va notato inoltre che questa più attenta uniformità va ricercata anche nei volumi autonomi ma non di un unico autore.

8. I testi di indole letteraria e i testi di contenuto scientifico richiedono ciascuno per motivi diversi una revisione molto prudente. Non di rado l'autore di un romanzo può aver usato meditatamente una certa espressione, anche se non corrisponde precisamente ai canoni della grammatica. Quanto poi al periodare dei testi più strettamente scientifici, si tenga presente che le parole vi sono generalmente adoperate con un significato ben preciso e che a volte certe sfumature ortografiche sono peculiari del linguaggio di una determinata scienza. Così repulsione a preferenza di ripulsione è comune nell'uso dei fisici e dei chimici; inspirare (contro ispirare) è quasi esclusivo nel linguaggio medico; inscrivere (con una leggera prevalenza su iscrivere) è d'uso comune nella geometria. Molte di queste sfumature sono elencate nel Prontuario ortografico incluso più avanti nella stessa Parte, al quale si rimanda il lettore.

 

INIZIO

2.2. Accentazione

2.2.1. Casi d'obbligo

La tabella Uni 601567 (che a lato riportiamo) ci da un quadro preciso dei casi in cui il «segnaccento» è considerato obbligatorio (vedi punto 3), la forma che esso deve avere sulla vocale e (a seconda del suono che assume nelle varie parole) (vedi 4.1), e la forma che si è «convenuto» di dargli quando viene segnato sulle vocali a, A ti (punto 4.1).

Quasi più nessuno ormai usa l'accento acuto per la vocale a. Alquanto diversamente invece stanno le cose per le vocali i e ti, dove un ceno numero di editori e di autori preferisce adoperare l'acuto appoggiandosi sulla ragione che l'accento con questa forma, come distingue nell'e e nell'o il suono chiuso da quello aperto, così sull'i e sull'u dovrebbe contraddistinguere il suono appunto chiuso di queste vocali. Ciò tuttavia non ci pare motivo sufficiente per respingere la soluzione adottata dalla norma Uni la quale, trattando alla stessa stregua le vocali a, i, u, ha voluto piuttosto sottolineare il fatto che non comportando queste vocali una pronuncia diversa delle parole che le contengono il segnaccento da apporre su di esse (sia nei casi d'obbligo sia nei casi facoltativi) poteva essere in ogni caso quello grave.

Tale soluzione (sia detto per inciso) viene inoltre a semplificare il lavoro dell'autore o del revisore, altrimenti costretti. per la mancanza dei tasti dell'i e dell'u con accento acuto sulle macchine per scrivere italiane, a rettificare sul dattiloscritto tutte le parole con un i o un u accentati battuti inevitabilmente con l'accento grave.

La norma Uni sull'accentazione nei casi d'obbligo definisce pure su quali monosillabi occorre segnare l'accento per distinguerli da altri omonimi che si lasciano invece senza questo segno (punto 3.1).

A questo proposito notiamo che non sono state incluse nell'elenco alcune parole che vediamo talvolta accentate:

dai (verbo) e dai (preposizione);

dei (pl. di dio) e dei (preposizione);

do (verbo) e do (nota musicale);

fra (tronc. di frate) e fra (preposizione);

su (avverbio) e su (preposizione);

queste si dovrebbero quindi scrivere regolarmente senza accento, salvo forse la convenienza (meno ipotetica per dei e sii) di accentarle, limitatamente alla prima accezione. qualora si trovino adoperate in particolari accostamenti che rendano desiderabile (oltre a quella gia ricavata dal contesto) anche una distinzione grafica (es. gli dèi dei loro antenati; veniva sù su una motoretta tutta rossa).

Un indirizzo implicito inoltre si ricava ancora dal punto

3.1 a proposito del pronome sé. Questo (quando è pronome tonico, diverso quindi, oltreché dalla congiunzione, anche dal se di non se ne fa nulla che è pronome atono) si scrive bene con l'accento anche se si trova unito a stesso e medesimo. Non c'è infatti alcun motivo di trattare diversamente sé stesso e sé medesimo invocando la giustificazione che qui il valore di pronome è evidente, poiché allora le eccezioni dovrebbero logicamente continuare; e non c'è chi non veda, per esempio, che anche nell'espressione a sé stante accentiamo senza difficoltà un evidentemente pronome.

Il punto 3.2 elencando piè con l'accento mostra come questa grafia sia da preferirsi a pie' con l'apostrofo, che pure è suggerita da alcuni dizionari.

Segnaccento obbligato

rio nell'ortografia della lingua italiana (Uni 601567):

1. Scopo

La presente unificazione ha lo scopo di stabilire le regole ortografiche per il segnaccento nei testi stampati in lingua italiana. quando esso sia obbligatorio.

2. Definizione

2.1 Il segnaccento (o segno d'accento, o accento scritto) serve ad indicare esplicitamente la vocale tonica, per esempio: andrà, colpì. temé, virtù

2.2. Il segnaccento può essere grave ( ~) o acuto (~).

3. Uso

Il segnaccento è obbligatorio nei casi seguenti:

3.1. Su alcuni monosillabi, per distinguerli da altri monosillabi che si scrivono con le stesse lettere ma senza accento:

che («poiché», congiunzione causale) per distinguerlo da che (congiunzione in ogni altro senso, o pronome);

dà (indicativo presente di dare) per distinguerlo da da (preposizione) e da' (imperativo di dare);

dì («giorno») per distinguerlo da di (preposizione) e di' (imperativo di dire);

è (verbo) per distinguerlo da e (congiunzione);

là (avverbio) per distinguerlo da la (articolo. pronome. nota musicale);

lì (avverbio) per distinguerlo da li (articolo, pronome): né (congiunzione) per distinguerlo da ne (pronome, avverbio);

sé (pronome tonico) per distinguerlo da se (congiunzione, pronome atono);

sì («così», o affermazione) per distinguerlo da si (pronome, nota musicale);

té (pianta, bevanda) per distinguerlo da te (pronome).

3.2. Sui monosillabi: chiù, ciò. diè, fé, già, giù, piè, più. può, scià.

3.3. Su tutte le parole polisillabe su cui la posa della voce cade sulla vocale che è alla fine della parola, per esempio: pietà, lunedì, farò, autogrù.

4. Forma

4. 1. Il segnaccento, nei casi in cui è obbligatorio, è sempre grave sulle vocali: à. i, o. ti.

4.2. Sulla e, il segnaccento obbligatorio è grave se la vocale è aperta, è acuto se la vocale è chiusa:

- è sempre grave sulle parole seguenti:

ahimè e ohimè, caffè, canapè, cioè, coccodè, diè, e, gilè, lacchè, piè, tè; inoltre sulla maggior parte dei francesismi adattati. come bebè, cabarè, purè, ecc. e sulla maggior parte dei nomi propri, come Giosuè, .Mosè, Noè, Salomè, Tigrè;

- è acuto sulle parole seguenti:

ché («poiché») e i composti di che (affinché. macché, perché, ecc.), fé e i composti affé, autodafe, i composti di re e di tre (viceré, ventitré), i passati remoti (credé, temé, ecc., escluso diè), le parole mercé, né, scimpanzé. sé, testé.

4.3. Anche per la o si possono distinguere i due timbri (aperto o chiuso) con i due accenti (grave ed acuto) ma solo in casi in cui l'accento è facoltativo, per esempio: còlto (participio passato di cogliere, e cólto («istruito»).

L'esempio autogrù del punto 3.3 risolve l'incertezza riguardo all'uso dell'accento su quei nomi composti il cui secondo elemento sia una parola che di per sé non lo richiede: infatti tra gli esempi della seconda parte del punto 4.2 ritornano i casi analoghi dei composti di re e di tre, come viceré e ventitré. regolarmente accentati.

Il punto 4.2 ci indica anzitutto quali sono le, parole tronche in e che, avendo suono aperto, richiedono I accento grave. Tale breve elenco risolve alcune perplessità: ahimè e ohimè sono da preferirsi a ahimé e ohimé pure usati da qualche autore', i francesismi adattati sono pure indicati con l'accento grave a prescindere dal suono che tale e può avere nella lingua d'origine.

La seconda pane dello stesso punto 4.2 raggruppa poi i casi di e finale con accento acuto. dove notiamo la scelta di scimpanzé contro scimpanzè.

Infine il punto 4.3 (a maggior chiarimento del punto 4.1) sottolinea che l'accento grave su o si deve intendere limitato ai casi di accentazione obbligatoria che sono quelli delle parole tronche in o. nelle quali effettivamente la vocale accentata ha sempre suono aperto.

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2.2.2. Casi facoltativi

Precisato con la norma Uni l'elenco dei monosillabi che richiedono l'accento e stabilito il principio generale che, tra i polisillabi. lo richiedono soltanto quelli «su cui la posa della voce cade sulla vocale che è alla fine della parola». appare evidente la conclusione che in ogni altro caso l'accento è facoltativo e perciò non strettamente necessario. sicché ove l'autore non abbia usato altri accenti non c'è davvero motivo di «fabbricargliene» di nuovi. Al contrario, converrà con prudenza eliminare quelli assolutamente superflui lasciando l'accento facoltativo unicamente la dove questo ha la forza di sciogliere una «vera ambiguità», quando cioè neppure il contesto potrebbe, di primo acchito, dar luce sufficiente per valutare la parola (es. gorgóglio [«rumore di liquido che gorgoglia»], diverso da gorgoglìo [«un gorgogliare continuo»]); oppure quando l'accento è stato appositamente segnato per sottolineare una pronuncia esatta o più corretta di fronte a un'altra errata o meno corretta e che siano largamente diffuse o nel linguaggio ordinario o in quello della categoria specifica a cui l'autore si rivolge (es.: salùbre e incàvo. piani, contro salubre e incavo, sdruccioli).

Stando cosi le cose ognuno vede facilmente quanto sia gratuito, per esempio, l'accento su parole del tipo danno (verbo) per distinguerlo dal suo omonimo perfetto donno (nome), perché - a ben pensarci - non ci può essere contesto così misero da non permetterci di riconoscerle a colpo l'una dall'altra. E, d'altra parte, se accentiamo dànno (da dare per distinguerlo da danno («nocumento»), perché non accenteremo anche (ma con quale vantaggio?!) uno qualsiasi di questi altri omonimi perfetti: «piano» di guerra; I'inquilino del quinto «piano»)~; il sonotore di «piano»; chi va «piano» va sano; son venuti dal monte e dal «piano»?

Quando l'accento facoltativo viene adoperato (s'intende meditatamente) per sciogliere una vera ambiguità, si tratta quasi sempre di una sdrucciola e di una piana. Quale delle due accenteremo? La norma più largamente diffusa ci sembra quella che considera il problema sotto un altro angolo visuale: quale delle due parole è la meno comune. oppure: quale delle due parole può presentare incertezze nella pronuncia'?, e su quella precisamente si consiglia l'accento: se poi sono tutt'e due più o meno rare, si preferisce allora l'accento sulla sdrucciola. Perciò: princìpi e subìto, piani, contro principi e subito, sdruccioli; ma crògiolo (da crogiolare), sdrucciolo, contro crogiolo («recipiente»), piano.

Infine consideriamo il caso di parole come assassinio e assassino, omicidio e omicida che sono omonimi perfetti nel plurale (assassini e omicidi). L 'uso dell'accento circonflesso su assassinî (da assassinio) e omicidî (da omicidio), distinguerebbe, è vero, chiaramente i due plurali, ma questo tipo di accento viene sempre meno adoperato. In questo caso pertanto la soluzione meno arcaica è quella di scrivere assassinii e omicidii.

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2.3. Abbreviazioni

1. Ordinariamente le parole si abbreviano o sulle consonanti iniziali (es. numero =n., plurale = pl.) o per troncamento dopo la consonante o le consonanti iniziali della seconda sillaba (volume = vol., singolare = sing. [eccezione: signore = sig.], o per compendio (battaglione = btg., confronta = cfr.); altri tipi di abbreviazioni sono più proprie dello stile commerciale o epistolare (agosto = ago., settembre = set., obbligatissimo = obbl.mo, pregiatissimo = preg.mo). Per evitare eventuali equivoci, una determinata parola può essere abbreviata anche oltre il punto normalmente previsto (indecl.. per indeclinabile, distinto da ind. per indicativo) oppure addirittura non abbreviata (es. nota distinto da n. per numero), ma una stessa abbreviazione non può essere usata, nel corso della stessa opera, per indicare due parole diverse: c. per canto e capitolo; n. per nota e numero; p. per parte e pagina; t. per tomo, tavola e titolo.

2. Nel testo (eccetto che l'argomento sia o molto scientifico o di indole prettamente commerciale) non si usa in generale alcuna abbreviazione, salvo che per le espressioni «avanti Cristo» e «dopo Cristo» appartenenti a una datazione. e inoltre (specialmente se sono inclusi tra parentesi) per i rimandi ad altre parti del libro. per le citazioni bibliografiche, per le date e pe talune espressioni particolari.

3. L'abbreviazione è invece normale nelle tabelle, negli specchietti, nelle fonti di citazione in nota e nella bibliografia. Nei testi tecnici e scientifici e negli stampati per uso commerciale. sono pure più frequenti le abbreviazioni.

4. Le lettere soppresse nell'abbreviazione sono generalmente sostituite dal punto (volume = vol.) a merlo che si tratti di un simbolo gia diversamente codificato da convenzioni nazionali o internazionali (es. metro = m).

5. Il punto fermo e i punti sospensivi che eventualmente seguano la parola abbreviata rendono superfluo il punto finale dell'abbreviazione. Questo sussiste invece con ogni altro segno d'interpunzione.

6. Non sono di regola ammesse le abbreviazioni consistenti nella soppressione di una sola lettera: libr. per libro; part. per parte; tom. per tomo; ved. per vedi.

7. In uno stesso lavoro una stessa parola non si deve abbreviare in modo diverso, specialmente se si tratta di abbreviazioni scientifiche o di unita di misura gia codificate. Tuttavia le abbreviazioni di indole generale (come quelle dei dizionari, grammatiche e simili) si potranno modificare (meglio se d'intesa con l'autore) in sede di correzione di bozze ogni volta che sia richiesto dalla spaziatura o troppo stretta o troppo larga della linea.

(i. Le sigle e le abbreviazioni costituite da singole lettere puntate si scrivono o unite o con un leggero spazio tra le lettere: S.M., a.C., d.C.. ecc.

9. Durante la composizione, eccetto il caso di giustezze molto corte, occorre evitare di dividere le parole abbreviate e le sigle: ar/cheol., Fl-/AT, UNE-/SCO, ge-/ogr.

10. In uno stesso lavoro la stessa sigla deve presentare caratteristiche costanti (o sempre senza punto o sempre col punto). Sempre più diffusa è la prassi di eliminare costantemente il punto.

11. Le abbreviazioni formate sulla prima lettera ammettono il raddoppiamento di questa quando sono usate nel plurale. Si consiglia invece di evitare il raddoppiamento di consonanti in ogni altro caso (es. articoli = art., non artt.).

12. Ovunque sia possibile, si preferisca abbreviare secondo l'uso italiano. tralasciando le forme proprie di altre lingue (es. dottore = dott., meno bene dr.; eccetera = ecc., meno bene etc.).

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2.4. Frasi e brani citati

1. Su questo punto si tenga prensente anzitutto quanto gia detto nel capitolo precedente ai punti ~. 4.1, 2.4.2, 2.4.3, avvertendo che se la citazione consiste in una breve frase di quattro o cinque parole all'interno del capoverso, questa può anche essere indicata in corsivo, togliendo in tal caso le virgolette.

2. Nelle lunghe citazioni occupanti più capoversi e che per motivi speciali non si intendono comporre in corpo minore o con analoghi espedienti tipografici, le virgolette di apertura andranno ripetute come richiamo a ogni capoverso. Raramente adoperate sono, a questo scopo, le virgolette rovesciate (cioè delle virgolette di chiusura) che taluni vorrebbero (ma è uso ancor più raro) apporre all'inizio di ogni riga del brano citato.

3. Come contrassegno dei commenti o chiarimenti inseriti da chi scrive nel brano citato si preferisce usare le parentesi quadre; vi potrebbero essere infatti citazioni recanti anche parole tra parentesi tonde e appartenenti come le altre all'autore del brano citato. e queste non devono confondersi con quelle del commentatore. Le stesse parentesi quadre servono a racchiudere i puntini di omissione quando si tralascia (soprattutto all'interno del brano) una parte della citazione.

4. Quando l'omissione è fatta in principio o in fine del brano citato si usano più spesso i puntini senza parentesi (con un breve distacco dalla parola iniziale, se in principio; senza alcun distacco dall'ultimo segno o parola se in fine).

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2.5. Richiami di nota

I richiami di nota si possono rendere tipograficamente in più modi:

a) con un numerino elevato tra parentesi;

b) con un numerino elevato senza parentesi;

e) con un numero dello stesso occhio del testo, non elevato e racchiuso tra parentesi;

d) con una serie progressiva (fino a tre) di asterischi:

e) con una serie di lettere alfabetiche minuscole generalmente dello stesso occhio del testo in cui sono inserite e racchiuse tra parentesi.

Gli asterischi sono indicati soprattutto per i testi matematici e per le tabelle. Le lettere servono più spesso nel caso delle contronote nei testi critici.

Per i testi non matematici si usano i richiami accennati in a) b) c), avvertendo però che l'ultimo è usato sempre meno frequentemente. Degli altri due, a/ ha il vantaggio di prestarsi bene come richiamo anche quando è addossato a un numero (per esempio a una data), e di essere più facile da ritrovare.

2. Quando il richiamo ha soprattutto lo scopo di collocare in nota la fonte di una citazione si mette di regola in fine della stessa citazione dopo la chiusura delle virgolette.

3. I richiami di nota sono oggetto di qualche controversia riguardo alla punteggiatura quando sono posti in coincidenza di questa. E vero che logicamente l'interpunzione dovrebbe comprendere e non escludere il richiamo di nota, ma è altrettanto vero che in casi come aaaa27 aaaa277 aaaa42 0 il bianco che separa il segno d'interpunzione appare piuttosto antiestetico. Perciò è forse meglio accettare in linea generale la prassi di far precedere l'interpunzione e di lasciare per ultimo il richiamo ogni volta che sia sufficientemente chiaro a quale parola quest'ultimo si riferisca.

4. Riguardo alla numerazione dei richiami di nota, il revisore si attiene a quanto di volta in volta viene concordato tra l'autore e l'editore. La numerazione progressiva per tutta l'opera è più vantaggiosa economicamente quando il lavoro viene eseguito alla linotype o in fotocomposizione.

5. Nell'operazione di rinumerare i richiami di nota di un manoscritto è molto facile incorrere in qualche svista: per garantirsi meglio da eventuali salti o ripetizioni. si usa segnare su un foglio a parte i richiami man mano modificati sul manoscritto aggiungendo tra parentesi il numero di pagina della cartella interessata.

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2.6. Fonti di citazione e bibliografia

Le fonti di citazione si mettono generalmente in nota; possono tuttavia essere incluse nel testo quando sono piuttosto rare, o quando appartengono a opere classiche, e ogni volta che sono espresse solo sommariamente.

Ovunque sia possibile si consiglia di applicare la norma Uni sulla «citazione bibliografica dei libri a stampa» che di seguito riportiamo nella sua attuale stesura, anche se ancora non definitiva.

Quando nella bibliografia ricorre con frequenza la citazione di una stessa fonte. si ha interesse ad abbreviare: è il caso. per esempio. dei periodici citati in talune trattazioni scientifiche e dei libri biblici in opere di dottrina cristiana.

Le abbreviazioni dei periodici scientifici redatti in lingue europee possono trovare un modello nel World List of Scientific Periodicals (Londra. Butterworths).

Le abbreviazioni dei libri biblici possono essere in latino o in italiano a seconda della natura dell'opera. Per le opere eminentemente scientifiche le abbreviazioni latine sono preferibili. Riguardo al modo di abbreviare i singoli libri biblici non c'è presso gli editori interessati nella materia una prassi univoca; un modello valido può essere quello proposto dall'Associazione biblica italiana.

Per una rassegna più completa degli aspetti relativi alla citazione bibliografica in generale si veda in questo stesso volume la trattazione specifica di Nereo Vianello.

Citazione bibliografica di testi a stampa (Uni/CU 0031)

La presente unificazione ha lo scopo di proporre un modello che stabilisca le caratteristiche della citazione bibliografica di testi a stampa nella prassi editoriale.

2. Abbreviazioni

2.1. Elenco delle parole di uso più comune nelle citazioni bibliografiche e relativa abbreviazione:

allegato/all.

articolo/art.

appendice/app.

canone/c., can.

capitolo/cap.

citato/cit.

canto, carta/c.

paragrafo/par.

pretura/pret.

quaderno/quad.

regio decreto/r.d.

riga/r.

ristampa/rist.

scena/se.

seguente/I.

senza anno/s.a.

serie/ser.

(nuova serie)/n.s.

sezione/sez.

supplemento/suppl.

senza data/s.d.

senza editore/s.e.

senza luogo/s.l.

senza note tipografiche/s.n.t.

senza numero/s.n.

tabella/tab.

tavola/tav.

testo unico/t.u.

titolo/tit.

traduzione/trad.

tribunale/trib.

verso. versetto/v.

volume/vol.

2.2. Nelle abbreviazioni risultanti da due parole (es. f.t. = fuori testo) lo spazio si riduce oppure si elimina completamente.

2.3. Si consiglia di non abbreviare le seguenti parole: anno. atto. libro. ode. parte. tomo. vedi. L'abbreviazione «n.» (per «nota») e da riservare piuttosto agli indici analitici.

2.4. Delle abbreviazioni elencate al punto 2.1. si consiglia di modificare nel plurale unicamente quelle formate sulla lettera iniziale della parola: cc. = canti, carte, canoni: ff = fogli; ll. = linee (rar. leggi); mss. = manoscritti; nn. = numeri; pp. = pagine; ss. = seguenti; vv. = versi, versetti.

Nota. In caso di possibile equivoci si usa la parola per

esteso (p. es. volumi, in luogo di voll.).

2.5. È consuetudine abbreviare nella citazione bibliografica il nome dell'autore esprimendolo con l'iniziale puntata (nelle note prima del cognome, e dopo di esso nelle bibliografie alfabetiche).

3. Nomi di città e termini stranieri presenti nella citazione

3.1. I nomi di città in lingua straniera restano in lingua originale.

3.2. I termini non italiani si traducono (es. edited by = a cura di, et. al. = e altri, ecc.).

3. Caratteri e segni ortografici che caratterizzano la citazione

4.1. Autore: è sufficiente il tondo normale.

4.2. Opera: in corsivo, sia che si tratti di un libro o di un capitolo come di un articolo o di un contributo in un volume collettivo; nella citazione di opere comprendenti più volumi si compone in corsivo sia il titolo generale, sia il titolo del volume eventualmente citato.

4.3. Volume collettivo: in corsivo.

4.4. Rivista e periodici: in corsivo.

Nota. Nella citazione di articoli di riviste o di contributi in volumi collettivi si fa precedere il nome della rivista o del volume collettivo dalla preposizione in (vedi es. 8.2.1.).

5. Interpunzione nella citazione

Le parti ordinarie della citazione si separano tra loro per mezzo della virgola.

Nota. È preferibile abolire la virgola, quando non si dichiara il nome dell'editore, tra la città e l'anno di edizione.

6. Numeri nella citazione

I numeri relativi a capitoli, paragrafi. parti. volumi e simili si esprimono di preferenza con le cifre arabiche. L'esponente si usa soltanto nel femminile (es. vol. 3, cap. I; ma: parte 1').

7. Iniziali maiuscole e minuscole nella citazione

7.1. I titoli in lingua italiana richiedono l'iniziale maiuscola soltanto nella prima parola.

7.2. I termini capitolo. parte. volume, figura, tabella, tavola e simili non richiedono, di per sé, l'iniziale maiuscola.

8. Esempi di collocazione dei componenti della citazione

8.1. Esempi di stampati autonomi:

8. 1. 1. G. Pellitteri, G. Stefanelli e F. Miccoli. Tipocomposizione, Torino, Sei, 2a ed. 1966, 3 volumi.

8.1.2. G.M. Pugno, Trattato di cultura generale nel campo della stampa. tomo 3, L'adolescenza della tipografia. Torino, Sei. 1967, pp. 217 si.

8.1.3. C. Battisti e G. Alessio, Dizionario etimologico italiano. Firenze, Barbera. 19501957, 5 volumi.

8.1.4. B.L. Whorf. Language, Thought and Reality, M.I.T. Press, Cambridge (Mass.), 1956, pp. 120125.

8.1.5. S.H. Steinberg, Five Hundred Years of Printing, Harmondsworth, Penguin Books, 1955 (ed. ital. Cinque secoli di stampa, trad. L. Lovera, Torino, Einaudi, 1962).

8.1.6. Encyclopaedia Britannica. .A new Suvey of Universal Knowledge, Chicago, Londra e Toronto, Enc. Brit. Ltd., 1957, 24 volumi.

8.1.7. M.L. King, Strenght to Love. New York, Harper & Row, 1963 (ed. ital. La forza di amare cura di E. Balducci, Torino, Sei, 1967).

8.1.8. A. Manzoni, I promessi sposi, passim.

8.2. Esempi di stampati non autonomi:

8.2.1. E. Garin, La letteratura degli umanisti, in Storia della letteratura italiana, a cura di E. Cecchi e N. Sapegno, vol. 3, Il Quattrocento e l'Ariosto, Milano, 1966.

8.2.2. P. Molmenti, Carlo Gozzi inedito (in Giornale storico della letteratura italiana, vol. 87 [1926], pp. 3673). p. 39.

8.2.3. G. Pellitteri, L'unificazione è un incubo?, in Graphicus. n. 3, marzo 1967, pp. 28-29.

9. Uso delle abbreviazioni cit., ibid., id., l. cit., op. cit.

9.1. «cit.» sostituisce l'elencazione degli estremi editoriali di un'opera già citata e anche l'enunciazione completa del titolo della stessa. Esempio:

Vedi Pugno, Trattato di cultura generale, cit., p. 135.

9.2. «ibid.» può sostituire sia l'intera citazione appena enunciata nella nota precedente, sia parte di essa, ed è in genere comprensiva del nome dell'autore. Esempio: Vedi Pugno, Trattato di cultura generale, cit., p. 135. Ibid., p. 150.

9.3. «id.» sostituisce il nome dell'autore, appena citato. Esempio:

A. Manzoni, I promessi sposi.

Id., Osservazioni sulla morale cattolica.

Nota. «id.» non cambia anche se si trova in sostituzione di nome femminile.

9.4. «l. cit.» indica un passo già citato in una nota non immediatamente precedente. Esempio:

G.M. Pugno, Trattato di cultura generale nel campo della stampa, vol. 1, La preistoria, p. 143.

L. Fumanelli, Il carattere nella storia e nell'arte della stampa, p. 159.

Pugno, 1. cit.

9.5. «op. cit.» sostituisce il titolo di un'opera già citata quando di quell'autore si sia citato un solo scritto. Esempio:

L. Fumanelli, Il carattere nella storia e nell'arte della stampa. p. 159.

G. Pellitteri, Atlante tipologico, p. 14. Fumanelli, op. cit., p. 24 Nota. «passim» non si abbrevia e si compone, come gli altri termini sopra elencati, in tondo (vedi es. 8.1.8.).

10. Varie

10.1. Nelle citazioni bibliografiche in nota si fa precedere «vedi» (o «cf.» o «cfr.») soltanto quando nel testo corrisponde una citazione a senso, cioè non caratterizzata né dal corsivo, né dalle virgolette, né dal corpo minore.

Nota. Invece di «vedi ibid.» si preferisca «vedi ivi».

10.2. Non occorre ripetere le iniziali del nome dell'autore quando ci si riferisce a un'opera già citata (vedi esempio del punto 9).

10.3. Nell'espressione «e seguenti» (riferita p. es. alle pagine citate o agli anni dell'edizione di un'opera in più volumi), abbreviando si tace la congiunzione «e» (vedi es. 8.1.2.).

10.4. Due autori o due luoghi di edizioni vengono uniti per mezzo della congiunzione «e»; più nomi di autori o più luoghi di edizione vengono uniti per mezzo della virgola adoperando tra il penultimo e l'ultimo la congiunzione «e» (vedi es. 8.1.1., 8.1.3., 8.1.6.).

10.5. Quando in una citazione di stampati non autonomi si desidera indicare sia le pagine complessive dell'articolo, sia la pagina che contiene in particolare il passo citato, può servire di modello l'esempio 8.2.2.

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2.7. Dialogati

1. Le battute di un dialogo si possono contrassegnare o con le lineette (dette più frequentemente «lineati» nel linguaggio tipografico) o con le virgolette,

2. Lineati e virgolette sostanzialmente si equivalgono, ma, nel caso che il dialogato costituisca la parte preponderante del testo, l'uso dei lineati ha qualche risorsa in più sulle virgolette in quanto consente di riservare queste ultime per le frasi «pensate» dell'interlocutore, Inoltre, stabilito l'uso dei lineati, si avrebbe, di più, il vantaggio di poter contrassegnare con le virgolette un dialogato che appartenga a un brano citato, iniziando appunto con i due segni ortografici («). Viceversa ragioni di chiarezza fanno preferire le virgolette ogni volta che le battute del dialogo (per la loro eccezionalità e brevità o per le esigenze particolari del libro) debbano essere composte di seguito all'interno di un unico capoverso, In questo caso infatti si sarebbe costretti a dare a uno stesso lineato la doppia funzione di chiudere la battuta e di aprire quella successiva,

3. Una delle caratteristiche dei lineati, quando vengono adoperati nel dialogato con battute a capoverso, è quella di non richiedere il lineato di chiusura quando le parole pronunciate dall'interlocutore coincidono con la fine dello stesso capoverso.

4. Sia i lineati sia le virgolette esigono un metodo costante riguardo all'uso della punteggiatura in coincidenza con questi segni evitando di adottare soluzioni diverse per ciascuno di essi.

4.1. Consideriamo per primo l'uso del lineato. Se si accetta il principio (d'altra parte largamente diffuso) di adoperare questo segno per rafforzare la punteggiatura che di per sé sarebbe richiesta dal periodo, si ha questi modelli:

Esempi senza lineati

Oh povero me! esclamò don Abbondio. Che c'entro io?»

Che c'entro io? esclamò don Abbondio. Son io che voglio maritarmi?

Perché non son andati piuttosto a parlare... esclamò don Abbondio. Oh vedete un poco.

Volete tacere? esclamò don Abbondio, volete tacere?

Per amor del cielo! esclamò don Abbondio, non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi.

Ne va... esclamò don Abbondio, ne va la vita!

Niente, niente, rispose don Abbondio, lasciandosi andare tutto ansante sul sua seggiolone.

Esempi con i lineati

- Oh povero me! - esclamò don Abbondio. - che c'entra io?

- Che c'entra io? - esclamò don Abbondio - Son io che voglio maritarmi?

- Perché non son andati piuttosto a parlare... - esclamò don Abbondio. Oh vedete un poco.

- Volete tacere? - esclamò don Abbondio, - volete tacere?

- Per amor del cielo! - esclamò don Abbondio, - non fate schiamazzi.

- Ne va... - esclamò don Abbondio, - ne va la vita!

- Niente, niente, - rispose don Abbondio, lasciandosi andare tutto ansante sul suo seggiolone.

4.2. Lo stessa criterio tenuto per i lineati andrebbe logicamente applicato alle virgolette, secondo gli esempi che seguono, cioè gli stessi del punto precedente ma con i lineati sostituiti da virgolette. Questa metodo è gia seguito da alcune importanti case editrici:

Esempi con le virgolette

«Oh povero me!» esclamò don Abbondio. «Che c'entro io?»

«Che c'entro io?» esclamò don Abbondio. «Son io che voglio maritarmi?»

«Perché non son andati piuttosto a parlare...» esclamò don Abbondio. «Oh vedete un poco.»

«Volete tacere?» esclamò don Abbondio, «volete tacere?»

«Per amor del cielo!» esclamò don Abbondio, «non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi.»

«Ne va...» esclamò don Abbondio, «ne va la vita!»

«Niente, niente,» rispose don Abbondio, lasciandosi andare tutto ansante sul sua seggiolone.

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2.8. Incisi

1. Diciamo incisi quelle parole o frasi che, non essendo necessariamente legati al resto del discorso, possono essere anche racchiuse tra parentesi a tra lineati.

2. Quando in coincidenza dell'inciso c'è un segno di punteggiatura, si badi di seguire uno stesso criterio per le parentesi e per i lineati, tenendo presente quanto segue.

2.1. La virgola, il punto e virgola e i due punti si spostano generalmente dopo il lineato che chiude l'inciso (che non si dovrà portare a capo):

Esempi con le parentesi

Quando Renzo si fu levato il farsetto (e ce ne volle), l'oste l'agguantò subito...

Accettò lo stracchino, del vino, la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che facesse presto.

A me, per esempio, dovrebbero rilasciare un biglietto in questa forma: Ambrogio Fusella, di professione spadaio, con moglie e quattro figliuoli, tutti in età da mangiar pane (notate bene): gli si dia pane tanto, e paghi soldi tanti.

Esempi con i lineati

Quando Renzo si fu levato il farsetto - e ce ne volle -, l'oste l'agguantò subito...

Accettò lo stracchino, del vino, la ringraziò - gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti -; e si mise a sedere, pregando la donna che facesse presto.

A me, per esempio, dovrebbero rilasciare un biglietto in questa forma: Ambrogio Fusella, di professione spadaio, con moglie e quattro figliuoli, tutti in età da mangiar pane - notate bene -: gli si dia pane tanto, e paghi soldi tanti.

2.2. Restano interni alla parentesi o al lineato di chiusura soltanto gli eventuali punti sospensivi, il punto esclamativa e il punto interrogativo che si trovassero in fine dell'inciso:

Esempio con le pareniesi

Ma (come vanno alle volte le cose di questo mondo!) intanto che colui pensava al dottore...

Esempio coi i lineati

Ma - come vanno alle volte le cose di questo mondo! - intanto che colui pensava al dottore...

3. Un tipo particolare di inciso è costituita dal testo didascalico racchiusa tra parentesi che nelle composizioni teatrali accompagna di frequente le battute degli interlocutori. Oltre al casa della frase a sé stante a cui accenniamo nel paragrafo seguente può verificarsi anche quello di una dicitura (precedente una battuta o in questa inserita) le cui ultime parole esprimono o sottintendono con evidenza un verdo di «dire» con la conseguente necessità, ora più ora meno sentita, dei due punti. Anche in questo caso ci sembra che il segno di punteggiatura sia messo bene all'interno della parentesi di chiusura:

Anna (svincolandosi) Eh, lo so, lo so che si deve tacere! (Rimane un attimo in silenzio. poi:) Ma non potrebbe venir qui anche lui?

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2.9. Punto finale in coincidenza di frasi a sé stanti racchiuse tra virgolette o tra parentesi

Le citazioni a sé stanti, che cominciano cioè il capoverso o il periodo dopo un punta fermo, richiedono, secondo l'uso più logica, il punta finale interno alle virgolette. Criterio analogo si tiene riguarda alle parentesi racchiudenti una frase nelle stesse condizioni. Ugualmente interni alle virgolette e alle parentesi si mettono gli eventuali punti sospensivi e il punto interrogativo o esclamativa in sostituzione del punta fermo. Le citazioni a sé stanti richiedono il punta finale interno alle virgolette anche quando sano introdotte dal segna dei due punti, sempre che inizino con la maiuscola:

L'articolo 40 della Costituzione afferma: «Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano.»

Renzo s'abbatteva appunto a passare per una delle parti più squallide e più desolate: quella crociata di strade che si chiamava il carrobio di porta Nuova. (C'era allora una croce nel mezzo, e, dirimpetto ad essa, accanto a dove è ora san Francesco di Paola, una vecchia chiesa col titolo di sant'Anastasia.) Tanta era stata in quel vicinato la furia del contagio...

Frasi a sé stanti costituite dal testa didascalico inserita tra parentesi nelle battute degli interlocutori nelle composizioni teatrali, richiedono altresì il punto finale interno alla parentesi di chiusura:

Riccarda (che ha tentato invano di turarle la bocca) Anna, taci! Non sai ciò che dici! Vieni (La trascina con violenza verso miss Lucia, mentre Alberta rimane immobile, come impietrita)

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2.10. Punti di omissione e punti di sospensione

1. I punti di omissione e i punti di sospensione si compongono generalmente in numero di tre e senza alcuno spazio tra i singoli punti.

2. Il punto esclamativo e il punto interrogativo si aggiungono ai punti di sospensione senza modificarne il numero; al contrario, il punto ferma e quello di abbreviazione si intendono compresi nei tre punti convenzionali.

3. I punti di omissione quando sostituiscono specificamente un nome o un altro elemento della frase, richiedono lo spazio prima e dopo (es. Il signor0 fu atteso Invano).

4. L'omissione di parte di una citazione si suole esprimere con i punti racchiusi tra parentesi quadre (vedi 2.4.3.).

5. Quando i punti di omissione iniziano una citazione si preferisce separarli dalla prima parola con un leggero spazio.

6. 1 punti di sospensione si compongono uniti alla parola

o segno ortografico che li precede.

7. L'interpunzione in coincidenza con i punti di sospensione si mette prima o dopo i punti, secondo che la reticenza si immagini entro la frase o dopo:

- Le hanno detto.... padre? - gli domandò Renzo con voce commossa.

- Dunque voi sapevate...? - disse Renzo.

- No. no. per amor del cielo - cominciò Lucia; ma il pianto le troncò la voce.

- S'io avessi avuto un nemico?0bastava che mi lasciassi intendere: avrebbe finito presto di mangiar pane.

- Maledetto vizio! Viva! giustizia! pane! ah, ecco le parole giuste!... Là ci volevano que' galantuomini!...

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2.11. Parentesi quadre e parentesi tonde

1. Le parentesi quadre contrassegnano le aggiunte fatte dall'autore a un'edizione precedente oppure, nel caso di traduzioni. le parole di chiarimento del traduttore tanto nel testo quando nelle note. L'uso di questo caso delle parentesi quadre rende superflua la sigla N.d.t.. (= nota del traduttore).

2. In generale si preferisce evitare di finire un inciso con due parentesi tonde.' perciò, dovendo racchiudere tra parentesi elementi già appartenenti a un inciso in parentesi tonde. si adoperano le parentesi quadre.

3. Le parentesi tonde si usano per racchiudere gli incisi (vedi 2.8.1.) e le frasi a sé stanti (vedi 2.9): racchiudono altresì (nel testo o in nota) la fonte di una citazione:

«Ci contenteremo perciò di un consiglio che vale per tutte le maiuscole: adoperarne il meno possibile» (A. Camilli, Pronuncia e grafia dell'italiano).

4. La parentesi tonda di apertura accompagna talora una serie di numeri o di lettere messe all'inizio di capoversi a comunque di elencazioni sia su righe a sé sia all'interno dello stesso capoverso. Tuttavia, riguardo ai numeri, l'uso sembra preferire (salvo l'esigenza di adoperare i due tipi di contrassegni) il punto ferma in luogo della parentesi.

5. Internamente tra le parentesi e la parola o segno più vicini non si mette nessuno spazio.

6. Nelle espressioni parentetiche inserite in un contesto tondo. le parentesi (sia di apertura sia di chiusura) si compongono più spesso in tondo anche se le parole che racchiudono sono tutte O parzialmente in corsivo.

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2.12. Lineati

1. Abbiamo già detto dell'usa dei lineati nel dialogato (vedi 2.7) e negli incisi (vedi 2.8).

2. Il lineato viene adoperato talvolta anche in funzione di pausa, come rafforzamento del normale segno di punteggiatura richiesto dal discorso:

Mario guardò lei un momento. - si ricordò. - il lampo d'un'idea divina gli passò sul viso.

3. Nei brevi incisi che dichiarano l'autore o la fonte di una citazione l'uso dei lineati contribuisce particolarmente alla chiarezza della lettura:

«Il diritto di sciopero - afferma l'articolo 40 della Costituzione - si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano.»

4. Il lineato spesso contrassegna il discorso diretto introdotto da un verbo di dire:

Or, essendo venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli dice: - non hanno più vino.

5. Il lineato viene adoperato in molti casi con esclusiva funzione di separazione (tra i titoli di un sommario, tra più fonti di citazione elencate di seguito, ecc.).

6. Il lineato richiede spazio normale prima e dopo.

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2. 13. Il trattino copulativo e altri trattini: la barretta

1. Il trattino con funzione copulativa (o trattati no d'unione). si adopera in generale per congiungere due o più parole delle quali si vuoi far risaltare il valore unitario:

corso tecnico-pratico

un colore giallo-bruno

l'espresso Torino-Roma

gli stampatori-editori del '500

Si noti la differenza fra un colore giallo-bruno (scritto col trattino. perché «giallo» e «bruno» sono due aggettivi) e un giallo verdastro (scritto senza trattino, poiché «giallo» ha qui forza di sostantivo e «verdastro» è rimasta invece aggettivo).

2. Non di rado il trattino viene usato per far risaltare, in un particolare contesto, l'etimologia della parola:

Si tratta. come ognuno vede. di una vera e propria ri-creazione...

3. I prefissi, i prefissoidi e le parole in funzione di prefisso non richiedono generalmente il trattino:

extragalattico

preesposizione

retroattivo

psicofisico

tardogotico

veteroslavo

nordeuropeo

sudoccidentale

vicepresidente

3. 1. Tuttavia si preferisce usare il trattino quando il prefisso o la parola in funzione di prefisso determinano un vocabolo non italiano (es. contro-transfert, vice-leader).

3.2. Il prefisso ex si separa dalla parola a cui si riferisce più spesso senza trattino (es. ex presidente, ex allievo, ex ufficiale).

4. L'accostamento di due sostantivi di cui il primo sia determinato dal secondo si fa in genere senza trattino. soprattutto se si tratta di espressioni del linguaggio comune o se, pur appartenendo a un linguaggio più tecnico, vengono nominate con frequenza nel corso dell'opera (es. idee madri, punti chiave, punti immagine).

5. Il trattino viene spesso adoperato (in certi usi scientifici e tecnici) per delimitare il primo elemento di una parola composta il cui completamento si sottintende in quanto è uguale a quello della parola che segue (es. lastre tri - e quadrimetalliche per. offset).

6. Desinenze grammaticali, prefissi, suffissi e simili si fanno generalmente accompagnare dal trattino che precederà o seguirà. oppure precederà e seguirà l'elemento interessato secondo che questo appartenga alla parte iniziale o finale o mediana della parola completa (es. Il suffisso -olo, il prefisso sopra- l'-s- di casa).

Il trattino di cui ai punti 2.13.1,2.13.2 (e 2.13.3 qualora si usasse in qualche caso il trattino) e inoltre 2.13.4 si compone senza spazio né prima né dopo. Si noti tuttavia che, relativamente ai punti 13.1, quando il trattino si trovasse a congiungere due elementi di cui uno almeno già internamente spaziato o quando uno dei due elementi sia formato da due o più parole, è buona norma mettere un leggero spazio prima e dopo il trattino stesso (es. una tensione di 15.000 - 20.000 volt; la linea Perugia - Città di Castello; la regione Trentino - Alto Adige). Il trattino invece relativo ai punti 2.13.5 e 2.13.6 richiede lo spazio da un lato solo (prima o dopo) secondo che preceda o segua la paroletta interessata.

7. Il trattino, quando è usato in fin di riga per dividere le parole. prende il nome di trattino di divisione e sì compone unito alla sillaba non preceduto da alcuno spazio (salva il caso che la divisione interessi una parola spaziata).

8. La barretta può essere inclinata o verticale, semplice o doppia e può richiedere o no lo spazio. Il suo uso interessa specialmente i seguenti casi:

 

  1. - talune espressioni commerciali (es. c/o = care of): barretta semplice inclinata senza spazio;
  2. - espressioni relative in prevalenza a simboli di misura (es. 80 km/h, 20 m/s, 120 g/m2): barretta semplice inclinata senza spazio:
  3. - in accostamenti del tipo la prefazione e/o l'introduzione (dove ciò che è espresso dal secondo termine può sia accompagnare sia escludere ciò che è enunciato nel prima): barretta semplice inclinata senza spazio:
  4. - nei dizionari come separazione di raggruppamenti di parole, nei titoli correnti come separazione tra due titoli, nei versi citati a dilungo come separazione tra un versa e l'altro, ecc.: barretta semplice verticale con spazio prima e dopo (per i versi anche barretta inclinata): inoltre con la possibilità della barretta doppia quando occorra una separazione di forza maggiore (p. ci. tra una strofa e l'altra nei versi).

 

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2.14. Virgolette

1. Nell'uso italiano ci sono due tipi di virgolette: le virgolette angolari (« ») e le virgolette elevate (" "; ` '): entrambi i tipi si adoperano col segno rivolto verso la parola che delimitano. La prassi contraria, relativamente alle virgolette angolari (» «), è cosa del tutto peregrina e non trova consensi. Molta diffusa è invece l'abitudine di battere come virgolette elevate di apertura quelle stesse che si usano per la chiusura, cioè uno o due apostrofi, perché o non si hanno le apposite matrici a, pur avendole, risulta scomodo adaperarle.

2. Le citazioni incluse in un'altra citazione già virgolettata si contrassegnano con un altro tipo di virgolette:

« Or, essendo venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli dice:

"Non hanno più vino."»

"Or, essendo venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli dice: `Non hanno più vino.'"

3. In un dialogato reso con i lineati le virgolette contrassegnano più di frequente le frasi pensante dall'interlocutore:

- Abbiate pazienza.

- Per quanto?

« Siamo a buon porto. » pensò fra sé don Abbondio; e, con un fare più manieroso che mai...

Qualora le battute del dialogo siano già esse stesse contrassegnate dalle virgolette, c'è chi usa per le frasi peniate le virgolette secondarie (virgolette elevate), o addirittura non usa per queste alcun segno di distinzione.

4. Le virgolette possono essere applicate (dall'autore) a parole delle quali si desidera sottolineare il significato etimologico o alle quali si intende dare un senso particolare o ironico e a quelle coniate arbitrariamente o che non hanno ancora ricevuto una sanzione ufficiale, In questi casi conviene ricordare che l'eventuale articolo va di norma lasciato fuori dalle virgolette. Le virgolette si adoperano inoltre per presentare la prima volta un termine piuttosto tecnico o altro qualunque vocabolo di cui si desidera precisare la definizione. (Si eviti tuttavia il più possibile di infarcire le pagine con un virgolettato eccessivo).

5. L'uso coerente delle virgolette contribuisce talvolta a eliminare delle ambiguità, come quando, per esempio, accade che una stessa parola sia usata per rappresentare indifferentemente il nome della macchina e il nome della Casa che la produce. In questi casi (se la distinzione non apparisse già evidente dal contesto), è norma comune usare le virgolette per designare il prodotto, lasciando invece il nome della Casa in tondo senza virgolette, non importa se sia in lingua italiana o in altra lingua:

la «Monotype» (macchina) e la Monotype (Casa) ma: la macchina Monotype o anche: la monotype

in questi due casi senza virgolette perché non c'è possibilità di equivoco.

6. Riguardo all'uso che vuole contraddistinguere con le virgolette il titolo delle riviste e delle pubblicazioni periodiche, avvertiamo che la norma Uni sulla «citazione bibliografica» preferisce invece il corsivo.

7. Nelle composizioni con alfabeti che non consentono

l'uso del corsivo, le virgolette contrassegnano di necessità anche quei termini e quelle espressioni per le quali si sarebbe adoperato il corsivo.

8. All'interno delle virgolette angolari (« ») si mette di

solito uno spazio mezzano. Le virgolette elevate ' ') si compongono più spesso o senza spazio o con uno spazio minimo tenendo conto anche del bianco di spalla del carattere davanti a cui vengono a trovarsi. (Alcuni eliminano lo spazio anche all'interno delle virgolette angolari, ma è un uso rarissimo).

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2.15. Uso del corsivo, del tondo e di altre serie

1. Uso del corsivo. Il corsivo (che nel dattiloscritto si rende con una sottolineatura) si adopera specialmente in questi casi:

1.1. Nella citazione di:

 

  1. - titoli di libri, opere teatrali e musicali, e loro capitoli o suddivisioni;
  2. - titoli di giornali, riviste e pubblicazioni periodiche, e degli articoli in essa pubblicati;
  3. - titoli di canzoni:
  4. - titoli di quadri (o fotografie) e di opere scultorie;
  5. - titoli di documenti ufficiali;
  6. - nomi propri di mezzi di locomozione e di navigazione di qualunque genere;
  7. - parole citate in quanto parole, con un'eccezione facoltativa per i nomi propri (es. il verbo sciegliere; il ted. haben; il nome personale Piero [o Piero]);
  8. - parole latine o straniere non assimilate (quindi piuttosto rare) o tecnicismi stranieri citati in un contesto non preminentemente tecnico:
  9. - locuzioni latine e straniere;
  10. - brevi citazioni in lingua straniera (con eliminazione delle virgolette):
  11. - parole o espressioni da mettere in particolare evidenza (compito dell'autore).

Notiamo che per i titoli di giornali, riviste e pubblicazioni periodiche alcuni editori usano il tondo tra virgolette, ma non vediamo una vera ragione per trattare diversamente (soprattutto nel testo dove siano citati nella loro formulazione completa) il titolo di un giornale o di una rivista dal titolo di un libro.

Riguardo alle locuzioni latine, molti usano il tondo per quelle più comuni, soprattutto poi se si ripetono frequentemente nel corso dell'esposizione:

grosso modo, a priori, a posteriori, status quo, ecc.

Questa prassi ci sembra più che giustificata.

1.2. Altri casi comuni del corsivo:

 

  1. - nelle opere teatrali, il testo didascalico;
  2. - nei libri di matematica, i teoremi;
  3. - nei simboli scientifici previsti in corsivo dalle tabelle di unificazione;
  4. - nelle lettere delle formule algebriche:
  5. - nelle prefazioni;
  6. - nell'indice generale, la citazione di tutto ciò che fa parte del testo: prefazione, avvertenza all'edizione italiana, glossario, indice, degli autori, bibliografia, ecc.;
  7. - negli indici analitici, le parolette di collegamento (es. vedi, vedi anche);
  8. - nelle lettere a) b) c) ecc. usate per contrassegnare delle successioni, eccetto che si trovino in contesti dove figurano già molti simboli in corsivo.

È da ricordare che nei libri scientifici dove l'uso del corsivo piuttosto che del tondo ha un significato preciso, bisogna usare molta prudenza nell'adoperarlo per mettere in risalto determinate parole o per altri scopi.

l.3. Inoltre, nei dizionari e nelle grammatiche il corsivo serve comunemente per la citazione degli esempi e per le etimologie.

2. Uso del tondo. Tutto ciò che non richiede di per sé un risalto particolare si compone in tondo,

2. 1. Il seguente elenco si riferisce a casi di usa del tondo in contrapposizione al corsivo o al virgolettato:

 

  1. - i simboli unificati previsti in tonda;
  2. - i rimandi alle parti interne di un'opera (es, vedi parte 30, cap. 8; cfr. § 5; vedi tav. 11; vedi fig. 2);
  3. - i nomi di edifici e opere architettoniche;
  4. - le parole latine o straniere assimilate nel linguaggio comune (es. virus, film, sport, club);
  5. - in una trattazione tecnica, le parole anche straniere dei termini tecnici più ricorrenti;
  6. - i nomi di ditte, società, compagnie e ogni altra organizzazione, anche se espressi in lingua straniera;
  7. - generalmente le lettere maiuscole A) B) C) ecc. oppure A. B. C. ecc., usate per contrassegnare delle successioni;
  8. - nei libri, generalmente l'introduzione (a differenza della prefazione).

2.2. Il tondo è pure usabile, in contrapposizione al maiuscoletto, per i nomi degli autori nelle bibliografie e nelle fonti di citazione in genere e inoltre nei numeri romani designanti i secoli (es. secolo XX; XX secolo), dove non si credesse di preferire il numero arabico con esponente, di più facile lettura (secolo 200; 200 secolo).

3. Uso del maiuscoletto. Il maiuscoletto si usa (ma non tassativamente):

 

  1. - per il nome degli autori nelle fonti di citazione e nella bibliografia (sostituibile tuttavia col tondo, vedi 2.15.2.2);
  2. - per rendere il numero romano nei secoli (es. secolo xx; xx secolo) dove però sembrerebbe preferibile il maiuscolo tonda che ha il vantaggio di poter essere usata all'occorrenza anche in corsivo: secolo XX o XX secolo (vedi tuttavia il punta 2.15.2.2);
  3. - per il nome dell'autore nelle firme di prefazioni, introduzioni, brani di antologie e simili;
  4. - per i nomi degli interlocutori nelle opere teatrali;
  5. - per i titoli correnti;
  6. - per alcuni tipi di sottotitoli (su riga a sé o anche incorporati nel testo);
  7. - per le numerazioni romane di introduzione e simili che si desidera tenere separate dalla numerazione arabica del libro (distinzione di usa generale).

Notiamo che l'uso del maiuscoletto per il nome degli autori e degli interlocutori, e per i sottotitoli, si intende generalmente interpretato «maiuscoletto con iniziale maiuscola»,

4. La serie del nero alla quale si accompagna il nero corsivo), si adopera spessa per mettere in evidenza alcune categorie di titoli nei libri in genere; per dar risalto nei testi scolastici a determinati nomi ed espressioni; nei dizionari soprattutto per contrassegnare il lemma principale e i numeri progressivi delle varie accezioni; nei testi di matematica i «vettori» si compongono più spesso in nero,

5. Il maiuscolo (che, insieme all'alfabeto minuscola, appartiene a ciascuna delle serie elencate eccetto che per il maiuscoletto a cui presta eventualmente le iniziali) si usa soprattutto nei titoli e rarissimamente nel testo.

6. Lo spazieggiato (che può essere applicata a ciascuna delle serie elencate) è di uso alquanto raro, e limitato soprattutto ai testi scientifici,

7. È indispensabile ricordare che (a prescindere dai casi d'obbligo o indicati dalla prassi abituale) l'evidenza viene meglio resa con un uso sobrio di corsivi, neri, maiuscoli e simili. Il mettere troppe case in evidenza porta a confondere anziché a concentrare l'attenzione del lettore,

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2.16. Interpunzione

2.16.1. Interpunzione e usi tipografici

In determinati casi nell'uso dell'interpunzione in genere e nell'usa di alcuni segni in particolare, occorre tener presente la consuetudine tipografica ed editoriale dominante.

1. L'interpunzione è abolita costantemente dopo le formule, le equazioni, le frazioni e simili quando sono composte in centro della giustezza a comunque staccate dal testo; prima di esse si adopera l'interpunzione strettamente richiesta dal periodo in corso (molto spessa quindi si passano eliminare anche i due punti). Se vi sano invece più formule affiancate, queste si separano tra loro o con un maggiore spazio a con il punto e virgola o (meno spesso) con la semplice virgola.

2. Si compongono senza punto finale per una consuetudine ormai diffusissima ogni nome, titolo o dicitura a sé stante; in particolare:

 

  1. - ogni titolo su riga a sé (titolo della parte, del capitolo, del paragrafo, titoli correnti, titoli di tabelle, ecc.);
  2. - i titoli incorporati nel testo, se questi sono già separati dall'inizio del testo con uno spazio maggiore;
  3. - le postille marginali o incorporate nel testo;
  4. - nelle pagine preliminari e finali del libro, ogni dicitura a sé stante (capyright, luogo e data di stampa, ecc.; firme e datazioni in calce a presentazioni, avvertenze e simili);
  5. - nelle antologie, i nomi degli autori dei brani citati e la relativa fante bibliografica.

3. Il punta finale si sopprime facoltativamente nelle didascalie che accompagnano l'illustrazione. A questo proposito alcuni distinguono le diciture-frasi (col punta) dalle diciture di semplice identificazione (senza punto). Noi pensiamo che si possa seguire un criterio unico: o sempre senza punto o sempre col punta, con una preferenza per la prima soluzione, Se infatti si accetta la consuetudine di eliminare il punto finale nei titoli (che passano a volte essere formati anche da una frase), non si vede perché si debbano sollevare eccezioni per il caso analoga delle didascalie.

Altri casi di abolizione facoltativa del punto riguardano, per esempio, i numerini delle accezioni nei dizionari e le sigle in generale (per queste ultime vedi 2.3.10).

4. Il punto finale si sopprime d'obbligo nei simboli di misura unificati (es.: metro = m, grammo = g, secondo = s, ecc.).

5. In fine di elencazioni, l'abbreviazione «ecc.» (per «eccetera») è da molti fatta precedere dall'interpunzione, e da altri (meno numerosi) lasciata senza alcun segno, ritenendo quest'ultimi sufficiente l'idea di congiunzione (et coetera) già espressa etimologicamente dalla parola. Il segno di punteggiatura sarà la virgola nel caso che i singoli elementi dell'elencazione siano tra loro separati con la virgola; sarà invece il punta e virgola se gli elementi dell'elencazione sono separati dal punto e virgola (caso più comune quando si tratta di una serie di frasi o di espressioni di estensione notevole).

In ogni caso non richiede interpunzione l'«ecc.» che si usa talvolta subito dopo le prime parole di un titolo o di un'espressione già citati e che non si vogliono ripetere per intero,

6. La virgola e il segno ordinaria per distinguere i vari elementi nella citazione bibliografica (vedi § 2.6, punto 5 della norma Uni).

7. All'interna di una stesso capoverso, le brevi elencazioni o espressioni numerate o contrassegnate da lettere alfabetiche si separano di salito per mezzo del punto e virgola; invece le suddivisioni formate da più periodi (contrassegnate di solito da numeri) sono separate dal punto fermo (rafforzato più spesso col trattino a col lineato).

8. Tra un capoverso e l'altro brevi elencazioni o espressioni numerate o contrassegnate da lettere alfabetiche (o con altri segni ortografici) o anche salo disposte con una maggiore rientranza richiedano il punto e virgola; invece le suddivisioni di estensione notevole (in genere formate da più periodi) si separano con il punto ferma).

9. Uso dello spazio nell'interpunzione:

 

  1. - virgola. prima di sé non richiede alcuno spazio; dopo richiede spazio regolare o spazio mezzana se è seguita dalle virgolette (vedi es. al 2.7.4.2.);
  2. - punto e virgola. prima non richiede alcuno spazio (oppure spazio fino); dopo, spazio regolare;
  3. - due punti: prima non richiede alcuno spazio (oppure spazio fino), dopo, spazio regolare oppure nessuno spazio se sono seguiti dalla parentesi di chiusura (vedi es. 2.8.3.);
  4. - punto fermo: prima non richiede alcuno spazio: dopo, spazio regolare, oppure spazio mezzano se è seguito dalle virgolette, e nessuno spazio se è seguito dalla parentesi di chiusura (vedi es. al § 2.9):
  5. - punto interrogativo ed esclamativo: prima non richiedono alcuna spazio (oppure spazio fino); dopo, spazio regolare, oppure spazio mezzano se sono seguiti dalle virgolette (vedi es. a 2.7.4.2.), e nessuno spazio se sono seguiti dalla parentesi di chiusura (vedi es. 2.8.2.2.).

10. Usa del tondo e del corsivo nell'interpunzione:

 

  1. - l'interpunzione è in tondo se appartiene a un contesto in tondo, non importa se le parole o l'espressione siano in corsivo. Es.: Chi non ha letto I promessi sposi?
  2. - l'interpunzione resta in corsivo se appartiene strettamente al testo corsivo. Es.: Nel suo articolo L'unificazione è un incubo? Giuseppe Pellitteri spiega le ragioni...
 

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2.16.2. L'interpunzione nel periodo

L'interpunzione (soprattutto per quanta concerne l'uso delle virgole) è in genere trascurata dagli autori e traduttori e la sua sistemazione è uno dei compiti specifici della revisione editoriale. Numerose correzioni sulle bozze si potrebbero evitare se si assolvesse con cura questa delicata compito. L'uso moderno sembra preferire, in questa materia, un'equilibrata sobrietà, che non sia tuttavia a scapito della chiarezza. Al revisore, qui più che in ogni altro punto, si richiede una grande prudenza e di immedesimarsi il più possibile nello stile dell'autore. Si noti che non di rada una virgola a prima vista giudicata superflua o assurda potrà non essere più tale dopo aver riletto la frase con maggior ponderazione. (Avvertiamo il lettore che per i punti seguenti che trattano dell'usa specifico dei vari segni d'interpunzione ci siamo attenuti in massima parte a quanto è stato esposto da Giuseppe Malagoli nel suo pregevole volumetto Ortoepia e ortografia italiana moderna edito da Hoepli in seconda edizione nel 1912 e non più ristampato).

1. La virgola si adopera per separare tra loro le parti della proposizione o del periodo quando esse formano una unità distinta e indipendente.

1.1. Uso della virgola nella proposizione:

a) Antonio è figlio di Luigi: tra il soggetto e il predicato (quando si sussèguono immediatamente) non si mette virgola;

b) la gran varietà di usi ortografici riguardo a numerosi aspetti della lingua italiana, è motivo di notevole confusione per i tipografi: se il soggetto è formato da più complementi si può usare la virgola davanti al predicato;

e) perché non mangia, il piccolo?: la virgola è usabile (e in certi casi raccomandabile) quando il soggetto viene dopo il predicato;

d) Galileo, sommo scienziato, nacque a Pisa: il complemento appositivo si separa di solito con la virgola dagli altri elementi della proposizione:

e) Plinio il giovane: non sì usa la virgola quando il complemento appositivo forma un tutt'uno col nome;

f) un'altra pausa, più grave; se n'andò, non senza lacrime; vennero gli amici, con un bel mazzo di fiori: il complemento attributivo o avverbiale. che normalmente si usa senza virgola. può tuttavia richiederla quando si intende dare un risalto particolare;

g) più ampio e alto concetto della città, non saprei: la virgola, che di regola non si mette tra il predicato e il sua complemento oggetto, può essere opportunamente usata quando il complemento oggetto, formato di più parole. precede il predicato in un costrutto negativo;

h) Renzo e Lucia sono i promessi sposi; partiremo domani o doman l'altro; né la ricchezza né gli onori sono preferibili alla virtù: la virgola non si mette davanti alle congiunzioni e, o, né;

i) sia l'oro sia l'argento sono metalli preziosi: tra due termini messi in correlazione con sia0 sia0 (o sia 0 che, tanto0 quanto, tanto0 che, così0 come) non si mette virgola;

j) povero il mio bambino, e povero me!: la virgola, che di regola non si mette davanti alla congiunzione e tra le parti simili di una proposizione. si adopera tuttavia quando queste stesse parti si vogliano tener distinte quasi a sottolinearle con maggior efficacia;

k) avevamo i nemici a fronte, e a tergo, e ai fianchi, e insomma da ogni banda: nei polisindeti l'uso della virgola contribuisce a richiamare più efficacemente l'attenzione del lettore su ciascun termine congenere e denota spesso una progressione d'idee con un conseguente distacco;

l) a poco a poco cominciò a scoprire campanili e torri e cupole e tetti: il polisindeto rimane invece senza virgole quando tra i vari elementi congeneri non si desidera introdurre un particolare distacco;

m) due popoli viventi nello stesso paese, e diversi di nome, di lingua, di vestiario, d'interessi: la virgola è richiesta ogni volta che la congiunzione e è usata con valore avversativo (e = ma);

n) l'articolo, il nome, il pronome, l'aggettivo, il verbo, l'avverbio, la preposizione, la congiunzione , l'interiezione costituiscono le nove parti del discorso: quando il soggetto è formato dall'elenco di una serie di nomi. non si mette di regola la virgola tra l'ultimo termine e il predicato; si noti che il penultimo e l'ultimo termine di un elenca non necessariamente si collegano con la congiunzione e, quindi si deve rispettare in proposito lo stile di ogni singolo autore.

o) una parola amichevole, schietta, ponderata molto, può tornare utile a chi sia nel dubbio: la virgola (nonostante l'esempio precedente) e usata qui Opportunamente prima del predicato per indicare chiaramente l'appartenenza dell'ultima parola (molto):

p) la barbarie l'insania la viltà di quella politica; alcuni autori sopprimono talvolta la virgola in una serie di parole coordinate quando queste formano un'unità ideale;

q) i pronomi proclitici CE CI (anche avverbio), GLIE GLI, ME MI, SE SI, TE TI, VE VI (anche avverbio) e DI, I, LA (pronome e articolo) LE LI LO, NE, PRO (in favore di) sono monosillabi deboli: in alcuni tipi di elenchi la soppressione parziale della virgola mette in maggior risalto i gruppi principali;

r) mogio mogio; lemme lemme, quatto quatto, lungo disteso; ubriaco fradicio: tra due aggettivi o due avverbi accostati per formare il superlativo non si mette la virgola; cammina, cammina, arrivò al paese di Bengodi; indietro, indietro!: si usa invece la virgola tra due o più verbi che formano sempre proposizioni distinte. o tra altre parole usate con ellissi del verbo;

s) è poco istruito, ma ha un cuor d'oro: davanti a ma e alle altre congiunzioni avversative si mette di regola la virgola;

t) egli non era per me un estraneo ma un congiunto prediletto: nonostante l'esempio precedente, non si mette la virgola quando il primo termine della proposizione introduce un non (o un non già) che si prevede necessariamente collegato a un ma o a un bensì;

u) o Italiani, io vi esorto alle storie; senti, Pietro; insomma, figliuol caro, io non ci ho colpa: il vocativo richiede la virgola (all'interno della frase. prima e dopo);

v) questo , sì, mi piace; ma quello, no davvero, non sta bene; si, eh? smettiamo, via!: in modo analogo al vocativo. richiedono la virgola le voci sì, no, certo, sicuro, davvero, no davvero, sissignore, nossignore, anzi, ecc. quando sono incisi. e le interiezioni in genere;

w) l'infelice bambino, lacero e scalzo, tremava dal freddo; un poeta invisibile, versava tali frutti di poesia: le espressioni inserite nella proposizione con valore di incisi richiedono parimenti la virgola prima e dopo;

x) a bue vecchio, campanaccio nuovo; traduttori, traditori: in espressioni con ellissi del verbo l'uso della virgola è opportuno ogni volta che serva ad evitare ambiguità;

y) Via Iacopo da Diacceto, 36: tra la via e il numero è opportuna la virgola;

z) Montà d'Alba, 12 settembre 1966: nelle datazioni. dopo il nome del luogo si usa di regola la virgola.

l.2. Uso della virgola nel periodo:

a) lo scolaro si alzò e si preparò alla domanda; ieri è piovuto, e oggi il cielo è ancora nuvoloso: tra due proposizioni coordinate con la congiunzione e non si mette di regola la virgola; questa però si usa spesso quando si desideri staccare di più le due proposizioni:

b) non vide né seppe nulla; vieni o resti?; l'imbarcazione finì contro la scogliera, né fu più possibile salvare l'equipaggio; si sarebbe unito al nostro gruppo, o avrebbe preferito condurre azioni isolate?: nelle brevi proposizioni coordinate da e o non si mette virgola. si invece in quelle più estese;

c) avrebbe voluto parlare, ma non poté: davanti a una proposizione avversativa e di norma l'uso della virgola;

d) chi ama teme: le subordinate soggettive il cui verbo preceda direttamente quello della proposizione principale non richiedono la virgola (sì invece. se gli elementi vengono trasposti: teme, chi ama per evitare l'ambiguità):

e) chi non conosce che un unico libro, in realtà non può di quello avere conoscenza intera: se tra il verbo della subordinata soggettiva e il verbo della principale vi sono altre parole. la virgola può servire talvolta a togliere l'ambiguità;

f) mi duole che questo suo atto delicato tu non l'apprezzi: coi verbi e con le locuzioni impersonali che spostano regolarmente la soggettiva in seconda posizione. la virgola non è richiesta (sì. invece se si volesse posporre il verbo principale; che questo suo atto delicato tu non l'apprezzi, mi duole);

g) non credo che ci siano difficoltà; mi domandò subito se m'ero fatto male: tra la proposizione principale e la subordinata oggettiva non si mette alcuna virgola. anche se l'oggettiva venisse posposta (che ci siano difficoltà non credo); si noti tuttavia che l'aggiunta di un complemento potrebbe rendere opportuno l'uso della virgola; che ci siano difficoltà per questo, non credo; che ci siano difficoltà, non lo credo;

h) La casa Rossi [così già determinala], che ti ospita, è sacra: le subordinate congiunte con un pronome O con un avverbio relativo (che, il quale, cui, onde, dove) vogliono la virgola davanti al pronome o all'avverbio se sono «predicative». cioè se indicano qualità o caratteri già ben determinati di per sé; rifiutano invece la virgola se sono «specificative». se servono cioè a esprimere compiutamente il concetto essendo indivisibili dalla cosa a cui si riferiscono;

i) quando ci furono, il Griso osservò il viso del padrone; uscito fuori, fra Cristoforo respirò più liberamente:. le subordinate avverbiali. esplicite o implicite. che precedono quella da cui dipendono si separano ordinariamente con la virgola (se tra il gerundio e il verbo principale non vi sono altri complementi. la virgola di regola si omette; sbagliando s'impara).

j) arrivarono a casa quando tramontava il sole; egli lavora per guadagnarsi il pane: se la subordinata avverbiale indica circostanze contemporanee o in stretto rapporto col fatto principale. non si mette alcuna virgola;

k) Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare: quando una proposizione. implicita o esplicita. viene a inserirsi fra i termini di un'altra. va tra due virgole (queste proposizioni si dicono comunemente «incisi»); si noti il seguente esempio; e quando s'ha a litigare col pane, tutto si misura (senza virgola dopo la congiunzione i'). dove la subordinata esplicita sta appunto tra questa breve congiunzione (dopo la quale si può anche non far pausa nel discorso) e il resto della proposizione principale; la tendenza moderna però e per la virgola anche in questi casi;

l)la gente che vi s'incontrava erano omacci tarchiati e arcigni: quando la subordinata inserita e esplicativa (vedi h). non vuole la virgola davanti a sé e. ove non nasca ambiguità, può anche farne a meno dopo;

m) egli s'affatica quanto può un uomo debole come lui; sono stanco che non ne posso più; tanto tonò che piovve: tra due proposizioni in correlazione non si mette la virgola se nella prima di esse è sottintesa la particella correlativa. o se la prima e molto breve e il trapasso alla seconda è indicato dalla congiunzione i/ti' o dalla preposizione do seguita dall'infinito;

n) egli si sentiva tanto stordito da quel chiasso, che aveva bisogno di un po' di quiete: quando non e sottintesa la particella correlativa e quando la prima proposizione non è breve. la virgola pare opportuna e andrà messa davanti alla particella consecutiva;

o) la crudeltà è segno certo di animo piccolo; la frode, di debole: la virgola può essere utile a indicare certe ellissi. specialmente quando il periodo e diviso in due o più membri.

2. Uso del punto e virgola;

a) ci appoggiamo, un di qua, un di là, dai i due lati della strada, a un piolo; e discutiamo: . il punto e virgola separa meglio due proposizioni in una delle quali sia già stata adoperata la virgola;

b) Giulio ebbe una scossa; ma il discorso si fermò lì: il punto e virgola segna. in determinati casi. un distacco più forte tra due o più proposizioni o partì del periodo. di cui ciascuna ha un senso relativamente compiuto.

c) quando la grafia latina dei nessi CIE, CIA, CIO, CIU; GIF, GIA, GIO, GIU; SCIE, SCIA, SCIO, SCIU, passando in italiano, s'è conservata intatta, la I ha primitivamente mantenuto il valore di vocale sillabica che aveva in latino: punto e virgola si può usare per mettere in risalto i gruppi principali di un elenco. qualora non si sia adottata la soluzione suggerita dall'esempio q) del punto 16.2.1.1.

Il punto e virgola si usa pure spesso per separare una serie di frasi o di espressioni di estensione notevole incluse in un elenco, e per separare gli esempi, le formule, ecc. nei dizionari e nei libri scolastici.

3. Uso dei due punti;

a) io vorrei vedervi contento: vi voglio bene io: due punti si usano quando tra due parti del periodo si tace la relazione che le unisce;

b) bontà e amore per tutto: ecco quel che ci vuole: i due punti si usano quando una parte del periodo e spiegazione o dichiarazione di un'altra;

c) si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo era molto affaticato: secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina: i due punti si adoperano anche dove potrebbe bastare il punto e virgola; specialmente dove quest'ultimo segno e usato per indicare qualche altra suddivisione minore.

d) or, essendo venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli dice: non hanno più vino: i due punti si usano di regola per contrassegnare il discorso diretto dopo un verbo di dire;

e) il principio sarà meglio chiarito dalle relazione seguente: xxxxx: i due punti si mettono di regola dopo espressioni che introducono con una pausa la parte che segue (formule. equazioni e simili);

f) i segni d'interpunzione sono: virgola, punto e virgola, due punti, punto fermo, punto interrogativo e punto esclamativo: l'uso dei due punti e la prassi normale quando si introduce un elenco formato da più di due termini. specialmente se citati senza articolo. (Se però i due punti cadono in mezzo a una frase e preferibile sostituirli con la virgola; es. due grandi capitani, Annibale e Napoleone, valicarono coi loro eserciti le Alpi [meglio che: due grandi capitani: Annibale e Napoleone, valicarono coi loro eserciti le Alpi ]).

4. Uso del punto fermo. li punto fermo si mette di regola in fine di ogni periodo. Nell'uso moderno si adopera spesso il punto fermo dove una volta si sarebbero messi i due punti o anche il punto e virgola. (Per le consuetudini tipografiche riguardanti il punto finale. vedi l.2, 1.3. l.4.).

5. Uso del punto interrogativo ed esclamativo. il punto interrogativo contrassegna l'interrogazione, così come il punto esclamativo contrassegna l'esclamazione.

5.1. Le interiezioni staccate vogliono sempre l'esclamativo: ahi! oh! e simili,' ma, se sono seguite da frase eclamativa o interrogativa, si segnano di virgola e si pone di preferenza il punto in fine dell'intera frase; ah, non hai nulla, eh?; oj, che disgrazia!; ah, questo poi, no!

5.2. Il punto esclamativo-interrogativo (detto anche «punto misto») si adopera quando la frase ha insieme tono esclamativo e interrogativo; non le verrebbe voglia di ridere, se non fossero cose da far piangere?!

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2.17. Prefissi e raddoppiamento

1. Generalità

1. 1. I prefissi di origine greca non raddoppiano:

areligioso

anagrafe

antifurto

apologo

archidiocesi

arciduca

1.2. Le consonanti che si possono raddoppiare sono quelle semplici prevocaliche (esclusa : z) e inoltre b, c, d, f, g, p, t, v seguite da l, r.

1.3. I prefissi (e le parole in funzione di prefisso) polisillabi terminanti in vocale la perdono di frequente davanti a parola iniziante con la stessa vocale; la perdono meno spesso davanti a vocale diversa;

antincendio

antiemetico

areindustrioso

contrattacco

contrordine

extralfabetico

intrarticolare

microrganismo

microonda

seminterrato

sopravanzare

sottintendere

sottordine

sovresposizione

sovrumano

1.4. i prefissi monosillabi terminanti in vocale la conservano abitualmente anche davanti a parola che comincia con la stessa vocale quando è più sentita la composizione dei due elementi (es. preesposizione, riimpaginare; ma: preminenza, rinviare).

2. Elenco dei principali prefissi latini e italiani, terminanti in vocale con indicazione dell'eventuale raddoppiamento;

ante- (non raddoppia) anteguerra. anteporre

anti- (non raddoppia): anticamera. antidiluviano

anzi- (non raddoppia): anziché. anzitutto

bi-

bi-

co-

contra-

(non raddoppia): bicarbonato bilaterale bipolare bisillabo

(non raddoppia): coredattore coreggenza

(raddoppia nella maggior parte delle parole di uso comune e cioè nelle seguenti):

contrabbalzo

contrabbandare

contrabbandiere

contrabbando

contraccambiare

contraccambio

contraccarico

contraccolpo

contraddanza

contraddire

contraddistinguere

contraddittore

contraddittorio

contraddizione

contraffacimento

contraffare

contraffattore

contraffazione

contraffilo

contrafforte

contraggenio

contrappalmata

contrappasso

contrappesare

contrappeso

contrapponibile

contrapporre

contrapposizione

contrapposto

contrappuntato

contrappunteggiare

contrappuntista

contrappuntistico

contrassegno

(contra+segno)

contrassoggetto

contrattempo

contravveleno

contravvenire

contravventore

contravvenzionale

contravvenzione

(non raddoppia in alcune parole molto dotte specialmente della terminologia araldica):

contrabandato

(contra+banda)

contrabastone

contrabrisura

contracomposta

contrafagotto

contrafasciato

contrafiletto

contrafiammeggiante

contragigliato

contragrediente

contralevato

contramerlato

contramerlettato

contranascente

contranoderoso

contrapalato

contrapartito

contrapassante

contrapiantato

contraposato

contrapotenziato

contrarampante

contraramponato

contrasaltante

contratagliato

contratrinciato

contratroncato

contravaiato

contravaio

contravariante

contraverghettato

Nota. Gli elenchi relativi al prefisso contra- sono secondo il Dizionario enciclopedico italiano.

contro-

così-

da-

de-

dopo-

e-

estro-

extra-

fra-

fuori-

giusta-

infra-

innanzi-

intra-

intro-

iusta-

ne-

o-

oltra-

oltre-

più-

pre-

presso-

pro-

quasi-

re-

ri-

se-

(non raddoppia): controbattere controbilanciare controfigura

(raddoppia) cosicché cosiddetto cosiffatto

(raddoppia): dabbasso dabbene dappiù davvero

(non raddoppia): decifrare deviare

(non raddoppia): dopoguerra, dopolavoro

(raddoppia se è preso nel significato di e congiunzione) ebbene, eppure, evviva; (non raddoppia se è preso nel significato di ex latino): emettere

(non raddoppia): estromettere, estroverso

(no raddoppia): extrafamiliare, extraparlamentare

(raddoppia): frammescolare, frammettere, frammezzare, frammezzo, frammischiamento, frammischiare, frammisto, frattanto

(non raddoppia): fuoriserie, fuoribordo

(raddoppia): giustapporre, giustapposizione

(raddoppia in): inframmesso inframmettenza, inframmettere, inframmezzare, inframmischiare, infrapporre

(non raddoppia in): infraclinico, infracretacico, infralapsario, inframastite, inframercuriale, infrarosso, infrasettimanale, infrasuono, infravisibile

(non raddoppia): innanzitutto

(non raddoppia): intracanalicolare, intracapsulare, intracardiaco, intracellulare

(raddoppia eccezionalmente in intrattenere)

(non raddoppia): intromissione, introverso

(non raddoppia): iustacardiale, iustapilorico

(raddoppia): nemmeno, neppure, nevvero

(raddoppia nel significato di o congiunzione: oppure, ossia, ovvero, ovvia [escl.]; e anche nel significato di ob latino: occorre, opporre, ovviare)

(non raddoppia eccezionalmente in omettere, omissione)

(non raddoppia): oltramontano

(non raddoppia): oltremarino, oltremodo oltretutto, oltreché

(raddoppia in): piuccheperfetto

(non raddoppia): premettere, prenotare, prevedere

(non raddoppia): pressoché

(non raddoppia): procurare, promuovere, pronipote, protrarre

(raddoppia eccezionalmente in provvedere)

(non raddoppia): quasicontinuo, quasigruppo (termini del linguaggio matematico)

(non raddoppia): remissione, revisione, revocare

(non raddoppia): rimettere, risalire, rivedere

(raddoppia): sebbene semmai, sennò, sennonché, seppure

semi-

si-

so-

sopra-

sovra-

(non raddoppia): semicerchio, semicingolato, semilavorato

(raddoppia): sibbene, sicché, siffatto, sissignore

(raddoppia): sobbalzare, soffermare, sollevare, sorridere

(raddoppiano nelle seguenti parole):

sopraccalza

sopraccappellini

sopraccapo

sopraccarico

sopraccarta

sopraccassa

sopraccielo

sopracciglio

sopraccoda

sopraccolore

sopraddazio

sopraddotale

sopraffare

sopraffattore

sopraffazione

sopraffilare

sopraffilo

soprannaturalismo

soprallineare

(«porre una linea sopra»)

soprannaturalità

soprannazionale

soprannome

soprannominare

(«imporre un soprannome»)

soprannominato

(«col soprannome di»)

soprannumerario

soprannumero

soprappaga

soprapporta

soprappassaggio

soprappassare

soprappensiero

soprappiù

soprapprezzo

soprassedere

soprassegnare

(«segnare sopra»)

soprassegno

soprassoglio

soprassoldo

sopraffino

sopraggiacca

sopraggitto

sopraggiungere

sopraggiunta

sopralluogo

soprammanica

soprammano

soprammattone

soprammercato

soprammettere

soprammisura

soprammobile

soprammodo

soprammontare

soprannatura

soprannaturale

soprassoma

soprassuola

soprassuolo

soprattacco

soprattassa

soprattassare

sopratterra

soprattetto

soprattitolo

soprattutto

sopravvalutare

sopravvalutazione

sopravvenienza

sopravvenimento

sopravvenire

sopravvento

sopravveste

sopravvitto

sopravvivenza

sopravvivere

sopravvivo

sopravvivolo

sovraccaricare

sovraccarico

sovraccoperta

sovrappesare

sovrappeso

sovrappieno

sovrapponimento

sovrappopolare

sovrappopolazione

sovrapporre

sovrapporta

sovrapposizione

sovrapproduzione

(non raddoppiano nelle seguenti parole):

sopracaudale

sopraciliare

sopracifratura

sopraclaveare

sopracomposto

sopraconduttore

sopraconsole

sopracornice

sopracondiloideo

sopracretaceo

sopracromiale

sopradecomposto

sopradominante

soprafinetra

soprafioritura

sopraflutto

soprafrondescenza

soprafusione

soprafuso

sopraglenoideo

sopralitorale

sopramarino

sopramastite

sopramastoideo

soprametallo

sopramondanità

sopramondano

sopramondo

sopramonte

sopramurazione

sopranasale

sopranominato

(«nominato sopra»)

sopranormale

sopraparamezzale

soprapilorico

soprapubico

soprarazionale

soprareddito

soprarenale

soprarizzo

soprasaturazione

soprasaturo

soprasegmentale

soprasensibile

soprasenso

sopratarseo

sopratela

sopratemporale

sopratemporalità

sopratonica

sopratrocleare

sopratunica

sopravalore

sopravento (termine marinaresco)

sopravento

sopravissana

sovrabrisura

sovracapitalizzazione

sovracaricato (termine araldico)

sovracompressione

sovracorrente

sovrafecondazione

sovramarea

sovramodulare

sovramodulazione

sovramonte

sovrasuono

sovratensione

sovratrafilatura

Nota 1. Gli elenchi relativi al prefisso sopra- sono secondo il Dizionario enciclopedico italiano.

Nota 2. Il prefisso sopra usato in funzione di avverbio davanti ai participi passati si tiene più spesso staccato da questi quando la locuzione aggettivale segue il nome: la legge sopra citata (ma: la sopraccitata legge).

sotto-

sta-

strat-

re-

tri-

ultra-

uni-

(non raddoppia): sottobosco, sottomettere, sottomano

(non raddoppia): stamattina, stanotte, stasera, stavolta

(non raddoppia): stracarico, strafare, strapotere

(raddoppia in): treppiede, tressette

(non raddoppia in): trecento, tremila, trequarti

(non raddoppia): tricorno, trifase, trilaterale

(non raddoppia): ultramoderno, ultrasensibile, ultrasuono

(non raddoppia): unilaterale unisono, univoco

vice

vie-

(non raddoppia): vicedirettore, viceré, vicesindaco

(raddoppia facoltativamente): viepiù o vieppiù, viemeglio o viemmeglio

Sul raddoppiamento si vedano altresì i numeri 88-95 (e relative note) di Pronuncia e grafica dell'italiano cit.

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2.18. Varianti ortografiche

Le varianti ortografiche della lingua italiana si possono presentare sotto vari aspetti:

 

  1. - varianti nell'uso della doppia: abietto e abbietto, accomiatare e accommiatare,. intravedere e intravvedere, obiettivo e obbiettivo;
  2. - varianti nell'uso dello spazio: acquaforte e acqua forte, acqua ragia e acquaragia, anzitutto e anzi tutto, perciò e per ciò;
  3. - varianti nell'uso dello spazio e insieme della doppia: ammodo e a modo. appieno e a pieno;
  4. - varianti nell'uso dell'apostrofo: tuttora e tutt'ora, pover'uomo e poveruomo, sottocchio e sott'occbio;
  5. - varianti nella fusione delle vocali: sovresposizione e sovraesposizione, contrattacco e centroattacco;
  6. - varianti nell'uso del trattino copulativo: ossidoriduzione e ossido-riduzione, sudoccidentale sud-occidontale;
  7. - varianti nell'uso dei suffissi: ciondoloni e ciondolone, faggeto e faggetta;
  8. - varianti nell'uso di o-uo e e-ie: crogiolo e crogiuolo, soneria e suoneria, pietroso e petroso;
  9. - varianti nell'uso dell'i muto: strisce e striscie, lascerò e lascierò, ciliege e ciliegie, leggero e leggiero, superficie e superfice, sufficente e sufficiente, effigie ed effige,. subconscie e subconsce, consegnamo e consegniamo; e similmente principi e principii, propri e proprii, vari e varii;
  10. - varianti nelle flessioni di nomi e di verbi: stomaci e stomachi, devo e debbo;
  11. - varianti di vocali e consonanti in generale: meraviglia e maraviglia, familiare e famigliare, ,folclore e folklore, silografo e xilografo, annunciare e annunziare;
  12. - varianti nell'uso delle maiuscole: gli italiani e gli Italiani, san Pietro e San Pietro, il professor Rossi e il Professor Rossi, il Salone internazionale delle arti domestiche e il Salone internazionale delle Arti domestiche, il Corriere della sera e il Corriere della Sera, il futurismo e il Futurismo, i paesi socialisti e i Paesi socialisti, il Mar Rosso e il mar Rosso.

Durante la lettura del manoscritto occorre porre grande attenzione all'ortografia adottata dall'autore, verificando che sia mantenuta uniforme per tutta l'opera. Le grafie assolutamente scorrette si sostituiscono con quelle corrette. Riguardo invece alle grafie meno comuni ma ugualmente corrette è bene ottenere, prima di apportare modifiche, il benestare dell'autore.

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2. 19. Altri problemi generali inerenti alla revisione

Per alcuni altri problemi generali da tener presenti nella revisione, rimandiamo il lettore a quanto e' già stato detto da Amerindo Camilli e da Piero Fiorelli in questo stesso volume alla voce Pronuncia e grafia dell'italiano indicando per ciascun argomento il punto che ne tratta:

 

  1. - l'elisione e il troncamento: nn. 83-87, 96-97;
  2. - il di pleonastico e il d eufonico: n. 86, in particolare nota 257*;
  3. - l'i di -cia, -gia, -cie, -gie,- n. 108;
  4. - l'i del plurale dei nomi in -io e della seconda persona singolare del presente indicativo dei verbi in -loro: n. 109;
  5. - l'i delle desinenze -ciere, -ciero, -giere, -giero, -sciere, -sciero e gniamo, -gniate: n. 110;
  6. - articoli, pronomi. preposizioni articolate: nn. 117-122;
  7. - parole monosillabe: n. 123;
  8. - maiuscole: nn. 125. 128-129.

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