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Scrivere
bene Un
prezioso strumento per
verificare e scrivere in
modo accurato e
professionale. Note
sulla preparazione del
manoscritto Nell'uso
tipografico e editoriale si dice
«preparazione» del manoscritto
la lettura attenta e minuziosa che di esso
viene fatta allo scopo di emendarlo da
ogni errore o dubbio, uniformare le
incongruenze e disuniformità
ortografiche e stabilire le
caratteristiche generali di
composizione. Adoperiamo
la parola «manoscritto» per
indicare genericamente il lavoro
presentato da un autore, non importa se
sia effettivamente «scritto a
mano», o invece dattiloscritto,
oppure se si tratti di un esemplare
stampato o riprodotto in fotocopia. Quando
invece diremo «originale»
intenderemo riferirci specificamente al
manoscritto già entrato nell'alveo
della lavorazione tipografica (o di
sistemi analoghi), quasi
«origine» della futura forma di
stampa. Avvertiamo inoltre che il termine
«originale» ha pure un uso
più estensivo, cadendo sotto questa
denominazione qualunque testo di lavoro
commissionato, anche quello di un semplice
biglietto di visita. Questa
lettura preliminare del manoscritto
è imposta dall'esperienza di ogni
editore e imprenditore grafico, e aziende
che già da anni la fanno eseguire
regolarmente per ogni lavoro hanno
constatato un risparmio dei costi di
composizione e di correzione non inferiore
al 50%. Anche il miglior clima di lavoro
che viene creato da questa eliminazione
anticipata di dubbi e di scorrettezze
ricompensa largamente il tempo in essa
impiegato. In
queste pagine riassumeremo anzitutto
alcuni consigli che editore e tipografo
sogliono dare all'autore riguardo alla
«presentazione» del manoscritto,
e tratteremo quindi della sua revisione
ortotipografica e della correzione delle
bozze. L'estensore
di queste brevi note desidera qui
ringraziare il dottor Paolo Boringhieri
per le nozioni fondamentali apprese nella
sua casa editrice circa la preparazione
dei manoscritti e i professori Bruno
Migliorini e Piero Fiorelli per le
preziose osservazioni e i chiarimenti
ricevuti riguardo all'ortografia
italiana. L'autore
può contribuire in modo
determinante a far si che il suo lavoro
sia velocemente composto e che sia
rispettata la data prevista per la stampa.
Deve cioè consegnare un originale
accurato e «definitivo»
limitandosi, al momento delle bozze. a
verificare che il testo sia stato
fedelmente riprodotto. Modifiche tardive
nella punteggiatura, aggiunte (soprattutto
se all'inizio o all'interno di un
capoverso), modifiche negli accapo e altre
simili correzioni, oltre ad aumentare i
costi di composizione (che l'editore o il
tipografo potranno addebitargli nel loro
pieno diritto), ritarderanno a volte anche
notevolmente la pubblicazione del libro.
Non bisogna infatti pensare che il maggior
tempo richiesto per le fitte correzioni di
certi libri si esaurisca in un lieve
spostamento della data di stampa,
perché la tipografia, dando la
precedenza a un altro volume già
pronto, non ne interromperà poi la
stampa per mettere in macchina un lavoro
diverso. Un
altro fatto impone sempre di più
all'autore di abbandonare il brutto vezzo
di «rifare il libro sulle
bozze», ed è l'avvento dei
nuovi metodi di composizione
(dattilocomposizione e fotocomposizione)
per cui, abbandonando le tradizionali
ingombranti pagine di piombo, si ottiene
il testo direttamente su pellicola, pronto
a passare a suo tempo ai reparti di stampa
offset o di altri sistemi. Con
questi nuovi procedimenti è
così importante presentare un testo
originale preciso e accurato in ogni sua
parte che alcuni editori hanno già
adottato la prassi di fare eventualmente
ribattere nella casa editrice i
manoscritti disordinati e Imprecisi
rinviando poi la copia all'autore per un
suo definitivo riscontro. In questo modo.
salvo che per i libri in lingua estera o
per libri scientifici particolarmente
complessi, si rende addirittura superfluo
inviare all'autore successive bozze del
testo composto. Elencheremo
ora i punti principali che
l'editore desidera sottoporre alla
considerazione dell'autore al momento in
cui questi si accinge alla stesura
definitiva e al controllo del suo
manoscritto. 1.
Il testo sia presentato su fogli
dattiloscritti, preferibilmente del
formato Uni A4 (21 x 29,7 cm), con righe
comodamente interlineate (almeno spazio
due) battuti su una sola facciata e con
largo margine a sinistra. in testa e al
piede (non meno di 4 cm). 2.
Le pagine siano numerate progressivamente
nell'angolo superiore destro. 3.
Si battano preferibilmente tre copie: le
prime due saranno a disposizione
dell'editore che, trattenendo la copia,
consegnerà alla tipografia la
battuta originale di migliore lettura:
l'ultima resterà all'autore per
premunirsi da eventuali smarrimenti e per
avere sempre un comune riferimento nel
dialogo autoreeditoretipografo.
Poiché è necessario
consegnare alla tipografia un
dattiloscritto con fogli sciolti, si badi
che l'eventuale mezzo adoperato per
tenerli insieme consenta di staccarli
nuovamente senza
difficoltà. 4.
Eventuali aggiunte siano fatte
direttamente nel margine del foglio solo
se constino di poche parole. In ogni altro
caso si preferisca usare un nuovo foglio
dello stesso formato numerandolo, per
esempio, 24 a, senza ritoccare la
numerazione e aggiungendo a suo luogo sul
foglio 24 «inserire 24 a».
L'applicazione di strisce volanti
direttamente in corrispondenza
dell'inserimento è da evitare
perché tali ritagli possono
facilmente staccarsi e smarrirsi nel
continuo maneggio delle cartelle
dattiloscritte durante la composizione e
la correzione. 5.
Gli accapo siano resi sempre con un
rientranza di battuta (per es. di 5
spazi). Ciò è da tener
presente in modo particolare dal
traduttore quando nell'originale in lingua
straniera gli accapo fossero stati resi
con un diverso espediente
tipografico. 6.
Per consentire da un lato di predisporre
più esattamente i tempi di
lavorazione e dall'altro per agevolare
maggiormente il compito del revisore, il
manoscritto sia consegnato completo in
ogni sua parte ivi compresi il
frontespizio col titolo dell'opera e il
nome non abbreviato dell'autore, l'indice
generale con i titoli esattamente
formulati come nel testo e con
l'indicazione del numero di pagina
provvisorio corrispondente alle cartelle
dattiloscritte, nonché,
all'occorrenza, la prefazione e/o
l'introduzione. le note, le tabelle, i
grafici, i diagrammi, le illustrazioni con
relative didascalie, la bibliografia, ecc.
Queste parti integrative siano battute su
fogli separati ma applicando quanto
già detto nei punti precedenti a
proposito del formato,
dell'interlineatura, ecc. Soprattutto la
bibliografia sia battuta con comoda
interlineatura e ampi margini. 7.
Le note relative a una tabella devono
restare vicino alla tabella stessa e non
inserite in mezzo a quelle del
testo. 8.
I brani che dovranno essere composti in
corpo minore (tra questi sono da includere
ordinariamente le citazioni quando sono
numerose e/o di estensione notevole,
occupanti per esempio più
capoversi) siano battuti con la stessa
interlineatura ma contraddistinti o da un
segno marginale (preferibilmente con la
matita colorata) o con una rientranza
costante nella lunghezza di linea
aumentando però in proporzione
anche le rientranze dei
capoversi. 9.
Affinché l'impaginatore possa a suo
tempo trovare senza fatica i richiami di
nota all'interno delle cartelle
dattiloscritte. si ripeta il richiamo
nell'estremo margine destro, in
corrispondenza delle linee interessate,
cerchiandolo preferibilmente con matita
colorata. 10.
Le tabelle e le illustrazioni (grafici,
diagrammi, fotografie) devono avere un
proprio ordine progressivo. Il punto del
dattiloscritto a cui esse si riferiscono
ne recherà semplicemente il
richiamo o in modo discorsivo o per inciso
parentetico. Nel margine sinistro, in
corrispondenza di detto richiamo. si
metterà un segno convenzionale
usando una matita colorata diversa per le
tabelle e per le illustrazioni. Se si
tratta di inserimento in un punto
obbligato, si indichi prolungando il segno
fatto con una freccia dello stesso
colore. 11.
Le didascalie delle illustrazioni, quando
queste consistono in fotografie da
riprodurre, siano preferibilmente raccolte
a parte e non scritte sul verso della foto
stessa. per evitare che segni di scrittura
(specialmente se fatti con penne a sfera)
possano apparire in rilievo sulla faccia
da riprodurre. Sul verso della foto
sarà sufficiente apporre un numero
o una lettera progressivi di riferimento
(da tracciarsi con un lapis leggero)
riportandoli poi sul
dattiloscritto. 12.
Eventuali brevi correzioni a mano sul
dattiloscritto siano fatte con scrittura
chiara e immediatamente comprensibile,
specialmente se si tratta di termini
insoliti, o eminentemente tecnici. oppure
di parole latine o appartenenti a lingue
straniere. In questi casi si eviti di
usare il tutto maiuscolo (= stampatello)
immaginando di riuscire cosi più
chiari, perché si mette invece in
imbarazzo il compositore riguardo alla
scelta delle iniziali maiuscole e
minuscole. 13.
Per dar modo (soprattutto al revisore e al
correttore) di comprendere e completare
eventuali correzioni imperfette apportate
sul dattiloscritto, si abbia l'avvertenza
di non usare penne. matite o pennarelli
che cancellino le parole in modo tale da
non renderle più leggibili in
nessun modo. 14.
In alcuni casi soprattutto,
occorrerà agevolare il compositore
nell'esatta interpretazione del
manoscritto: 15.
Nei dattiloscritti relativi a traduzioni,
è buona prassi mettere in evidenza
(per esempio con un numerino rosso nel
margine sinistro in corrispondenza della
linea interessata) anche la progressione
delle pagine dell'edizione originale, in
modo da rendere più agevoli
eventuali ricerche dei revisori e dei
correttori. 16.
Specialmente per le parole espresse in
lingue estere, quando fossero state
battute in tutto maiuscolo, è
necessario indicare a mano le iniziali che
devono restare in maiuscolo e ogni accento
eventualmente richiesto. 1.
L'ortografia usata nel testo deve
corrispondersi in ogni altra parte, per
esempio nell'indice, nelle note, nelle
tabelle e soprattutto nelle didascalie
delle figure, dove avviene più di
frequente di notare disuniformità e
incongruenze. 2.
L'editore sarà grato all'autore
che, consapevole di seguire un'ortografia
insolita per determinate parole e
desideroso che tale ortografia sia
rispettata, vorrà segnalare
esplicitamente questa sua esigenza
contribuendo così a evitare inutili
rifacimenti al momento della
correzione. 3.
Le citazioni di estensione notevole (salvo
il caso che siano inserite all'interno del
periodo senza che per esse si interrompa
il filo del discorso) siano battute con la
stessa interlineatura usata nel testo, ma
con una rientranza costante a ogni linea,
oppure contraddistinte da una doppia
interlinea prima e dopo. Le citazioni
vanno di norma lasciate in tondo, senza
sottolineatura, 4.
Riguardo alle citazioni si tenga
presente quanto segue: le
citazioni in latino o in lingua straniera
non richiedono di per sé il corsivo
e perciò non vanno sottolineate sul
dattiloscritto; una
citazione secondaria inclusa in altra
principale va messa in evidenza usando,
con la macchina per scrivere, le
virgolette elevate semplici (') invece
delle virgolette elevate doppie
("); nelle
citazioni per le quali si sia già
chiaramente indicato il corpo minore (cf.
8) è superfluo l'uso delle
virgolette di apertura e di chiusura del
brano citato. 5.
I richiami di nota siano numerati
progressivamente o per ciascun capitolo o
per tutta l'opera, non invece
ricominciando da 1 a ogni cartella
dattiloscritta e neppure, nel caso di
traduzioni, riportando tale e quale il
numero dell'edizione originale;
ciò, indipendentemente dalla
sistemazione definitiva che si
vorrà dare in seguito d'intesa con
l'editore, agevolerà grandemente la
composizione e l'impaginazione. 6.
I titoli e i sottotitoli
siano battuti in modo che si distingua
nettamente la loro importanza e la loro
reciproca relazione, mantenendo un
criterio costante riguardo al modo di
collocazione, alle sottolineature usate e
alle caratteristiche alfabetiche. L'uso di
colori convenzionali (il cui significato
dovrà essere spiegato su un foglio
a parte) può servire talvolta a
indicare più nettamente i titoli
principali e i titoli subordinati. i
titoli su linea a sé non richiedono
il punto finale, Poiché una
determinata serie di titoli che nel
dattiloscritto sono stati battuti in tutto
maiuscolo potrebbero essere resi
tipograficamente anche con un carattere
maiuscolo e minuscolo, gioverà che
l'autore indichi, sottolineandole con un
trattino, le iniziali di quelle parole che
dovranno essere interpretate come
maiuscole. Lo stesso vale per ogni altro
caso in cui si siano battute delle parole
in tutto maiuscolo. Nelle parole in lingua
straniera non si dimentichi di segnare gli
accenti eventualmente richiesti nel
passaggio dal maiuscolo al
minuscolo. 7.
Riguardo alle maiuscole l'uso
moderno le vuole limitate ai casi
veramente necessari; nel dubbio si
preferisca la minuscola, seguendo in ogni
caso un criterio uniforme. Si noti in
particolare che, secondo l'uso dei
migliori editori, l'iniziale minuscola
è da preferirsi costantemente nei
seguenti casi: Sono
da scriversi sempre con l'iniziale
minuscola, nel rispetto delle norme
internazionali di unificazione, i nomi
delle unità di misura espressi in
tutte lettere: 50 watt, 200 volt,
ecc. Qualora
si fosse deliberatamente adoperato, in
determinati casi, ora la maiuscola ora la
minuscola, conforme il diverso valore
assunto dalla parola nel contesto,
sarà utile redigere (per uso del
revisore e del correttore) un breve
promemoria, soprattutto quando si ha
ragione di pensare che la distinzione
fatta non sarà riconoscibile di
primo acchito; es.: il martirio di
santo Stefano, i giorni di Natale e santo
Stefano, e invece: la chiesa di
Santo Stefano, il paese di Santo Stefano
di Cadore; a sud di Roma, e invece:
i problemi del Sud, il temporale si
sposta a occidente, e invece: la
tensione tra Oriente e Occidente;
ecc. 8.
Le citazioni bibliografiche
richiedono molta precisione quanto
all'ortografia dei nomi propri e dei
titoli delle opere e quanto alla
punteggiatura e alla collocazione uniforme
di elementi quali la data, l'editore, il
luogo e l'anno di edizione. Qualora non si
conosca ancora, al momento della stesura
della bibliografia, l'editore che si
assumerà la pubblicazione del libro
per accertare in proposito le consuetudini
della sua Casa, si preferisca redigerle
secondo la norma Uni. Per
agevolare il compito del revisore della
casa editrice, costretto talvolta a fare
lunghe ricerche per completare i dati
mancanti, gli elementi principali della
citazione (cognome dell'autore, iniziale
del nome, opera, luogo di edizione,
editore, anno dell'ultima edizione) siano
sempre dati, nei limiti del possibile, in
modo completo per ogni singola
fonte. 9.
I dialoghi richiedono uniformità
soprattutto per quanto riguarda
l'interpunzione in coincidenza con i
lineati o con le virgolette. Se le battute
del dialogo sono sempre disposte a
capoverso si adoperano ugualmente bene le
virgolette o i lineati; se invece si
susseguono all'interno di uno stesso
capoverso, sono più indicate le
virgolette che constano di segni diversi
per aprire e chiudere la
battuta. 10.
Il corsivo e il virgolettato
vanno adoperati tenendo un criterio
costante. Il corsivo dà un risalto
più spiccato delle virgolette. Il
segno che lo indica è una
sottolineatura. Soprattutto
quando il manoscritto ha ricevuto dal suo
autore solo scarse cure riguardo ai
problemi già accennati di
correttezza e uniformità, l'editore
o il tipografo lo sottopongono ancora a
un'attenta revisione allo scopo di
chiarire ogni ulteriore incertezza o
discordanza ortografica, verificare l'uso
esatto della punteggiatura, dei segni
ortografici e degli accenti, completando
ove occorra l'uniformità nelle
citazioni bibliografiche, nelle
abbreviazioni, nell'uso delle maiuscole,
nei richiami di nota in coincidenza della
punteggiatura, e così
via. E
da notare che le indicazioni generali di
composizione relative a caratteri, corpi,
giustezze, titoli, ecc. vengono più
spesso fissate dall'ufficio tecnico o dal
proto, salvo a trasmettere istruzioni
specifiche allo stesso revisore per i casi
più ordinari, come quando il
manoscritto si inserisce in una collana
già iniziata e della quale deve
rispecchiare le
caratteristiche. Nelle
pagine che seguono accenneremo ai punti
principali che interessano globalmente la
revisione del manoscritto, lasciando
all'editore e al tipografo di stabilire
concretamente quali punti attribuirsi
nelle rispettive revisioni. Essenziale
comunque alla buona riuscita della
revisione sia in sede editoriale sia in
sede tipografica, è la ricerca
costante della collaborazione dell'autore,
senza la quale si incorre immancabilmente
in guai più o meno gravi e
incresciosi. Il revisore deve considerarsi
in ogni momento un amico sincero
dell'autore del quale cerca di capire e
interpretare lo stile e le preferenze
linguistiche, ogni volta che queste non
cozzino palesemente contro le più
comuni norme grammaticali o si allontanino
dal suggerimento dei migliori
dizionari. La
revisione di un manoscritto può
presentare diversi gradi di
difficoltà a seconda della sua
forma (testo scritto a mano, testo
dattiloscritto, testi stampati, testi
misti), a seconda della sua origine (testo
scritto direttamente in italiano o testo
tradotto), a seconda della sua
destinazione (volume autonomo o contributo
da includere in opere o in pubblicazioni
collettive) e a seconda del suo contenuto
(libri letterari, tecnici, scientifici,
ecc.). 1.
I testi scritti a mano sono sempre
più rari perché gli editori
richiedono costantemente agli autori di
far dattiloscrivere i manoscritti che
intendono proporre per la pubblicazione.
Tuttavia in casi particolari (p. es.
dizionari in lingue con alfabeti esotici,
libri scientifici con particolare dovizia
di formule e simili), quando l'autore
scriva in maniera intelligibile, il testo
scritto a mano è la soluzione
più immediata e che dà anche
le migliori garanzie di correttezza e di
uniformità (almeno per l'aspetto
ortografico). 2.
I testi dattiloscritti richiedono una
revisione più attenta. Non di rado
avviene che l'autore (e più spesso
il traduttore) non rivedono il lavoro
fatto dalla copisteria, con la logica
conseguenza di consegnare all'editore un
dattiloscritto costellato di imprecisioni
e disuniformità. Le
disuniformità poi saranno
particolarmente frequenti nel caso che il
lavoro sia stato fatto da più
persone aventi ciascuna una diversa
istruzione e mentalità. Molto
facile è inoltre trovare sui
dattiloscritti delle divisioni di parole
in fin di riga del tipo lo/articolo
o dello/onorevole, dove il
revisore dovrà costantemente
ripristinare l'apostrofo per impedire che
l'errore si verifichi nuovamente al
momento della composizione. 3.
I testi stampati (che, con modifiche
più o meno notevoli, costituiscono
a volte l'originale per una nuova
edizione) hanno già generalmente
una loro uniformità e correttezza.
Compito del revisore sarà
soprattutto di verificare che questa
uniformità corrisponda in tutto ai
criteri tipografici della propria casa
editrice. 4.
I testi misti (cioè formati da
originali di diversa provenienza:
dattiloscritti, scritti a mano, stampati,
ecc.) richiedono, ancora più dei
dattiloscritti, una lettura molto attenta,
perché l'uniformità
sarà completamente da
stabilire. 5.
I testi scritti direttamente in italiano
da autori italiani richiedono una
revisione molto rispettosa dello stile e
delle giuste preferenze ortografiche
dell'autore, pur consentendo una normale
revisione tipografica. 6.
I testi costituiti da traduzioni da lingue
straniere esigono ordinariamente un
intervento più frequente nella
revisione fatta in sede editoriale. E
indispensabile che il revisore esegua la
sua lettura tenendo sottocchio l'opera
originale in lingua straniera per rendersi
conto all'occorrenza di ogni punto che si
presuma incerto o inesatto. Questo tipo di
testi comporta spesso che venga completato
dal revisore il controllo della traduzione
già fatto dal redattore eliminando,
ovunque sia possibile e necessario,
eventuali barbarismi e improprietà
di lingua. Nelle traduzioni inoltre,
più spesso che in manoscritti di
altro genere, l'editore interviene facendo
rispettare il particolare stile
ortografico della propria Casa. 7.
I testi di contributi destinati a un'opera
collettiva (riviste, enciclopedie, ecc.)
hanno in sede di revisione un trattamento
diverso da quello dei testi di volumi
autonomi, nel senso che consentono un
intervento molto più abbondante in
fatto di uniformità tipografica e
ortografica, intervento che scaturisce
dall'esigenza di conciliare tra loro
autori diversi con proprie abitudini e
preferenze. Va notato inoltre che questa
più attenta uniformità va
ricercata anche nei volumi autonomi ma non
di un unico autore. 8.
I testi di indole letteraria e i testi di
contenuto scientifico richiedono ciascuno
per motivi diversi una revisione molto
prudente. Non di rado l'autore di un
romanzo può aver usato
meditatamente una certa espressione, anche
se non corrisponde precisamente ai canoni
della grammatica. Quanto poi al periodare
dei testi più strettamente
scientifici, si tenga presente che le
parole vi sono generalmente adoperate con
un significato ben preciso e che a volte
certe sfumature ortografiche sono
peculiari del linguaggio di una
determinata scienza. Così
repulsione a preferenza di
ripulsione è comune nell'uso
dei fisici e dei chimici; inspirare
(contro ispirare) è
quasi esclusivo nel linguaggio medico;
inscrivere (con una leggera
prevalenza su iscrivere) è
d'uso comune nella geometria. Molte di
queste sfumature sono elencate nel
Prontuario ortografico incluso
più avanti nella stessa Parte, al
quale si rimanda il lettore. La
tabella Uni 601567 (che a lato riportiamo)
ci da un quadro preciso dei casi in cui il
«segnaccento» è
considerato obbligatorio (vedi punto 3),
la forma che esso deve avere sulla vocale
e (a seconda del suono che assume
nelle varie parole) (vedi 4.1), e la forma
che si è «convenuto» di
dargli quando viene segnato sulle vocali
a, A ti (punto 4.1). Quasi
più nessuno ormai usa l'accento
acuto per la vocale a. Alquanto
diversamente invece stanno le cose per le
vocali i e ti, dove un ceno numero
di editori e di autori preferisce
adoperare l'acuto appoggiandosi sulla
ragione che l'accento con questa forma,
come distingue nell'e e nell'o il suono
chiuso da quello aperto, così
sull'i e sull'u dovrebbe
contraddistinguere il suono appunto chiuso
di queste vocali. Ciò tuttavia non
ci pare motivo sufficiente per respingere
la soluzione adottata dalla norma Uni la
quale, trattando alla stessa stregua le
vocali a, i, u, ha voluto piuttosto
sottolineare il fatto che non comportando
queste vocali una pronuncia diversa delle
parole che le contengono il segnaccento da
apporre su di esse (sia nei casi d'obbligo
sia nei casi facoltativi) poteva essere in
ogni caso quello grave. Tale
soluzione (sia detto per inciso) viene
inoltre a semplificare il lavoro
dell'autore o del revisore, altrimenti
costretti. per la mancanza dei tasti
dell'i e dell'u con accento
acuto sulle macchine per scrivere
italiane, a rettificare sul dattiloscritto
tutte le parole con un i o un
u accentati battuti inevitabilmente
con l'accento grave. La
norma Uni sull'accentazione nei casi
d'obbligo definisce pure su quali
monosillabi occorre segnare l'accento per
distinguerli da altri omonimi che si
lasciano invece senza questo segno (punto
3.1). A
questo proposito notiamo che non sono
state incluse nell'elenco alcune parole
che vediamo talvolta accentate: dai
(verbo) e dai (preposizione);
dei
(pl. di dio) e dei (preposizione);
do
(verbo) e do (nota
musicale); fra
(tronc. di frate) e fra (preposizione);
su
(avverbio) e su (preposizione);
queste
si dovrebbero quindi scrivere regolarmente
senza accento, salvo forse la convenienza
(meno ipotetica per dei e sii) di
accentarle, limitatamente alla prima
accezione. qualora si trovino adoperate in
particolari accostamenti che rendano
desiderabile (oltre a quella gia ricavata
dal contesto) anche una distinzione
grafica (es. gli dèi dei loro
antenati; veniva sù su una
motoretta tutta rossa). Un
indirizzo implicito inoltre si ricava
ancora dal punto 3.1
a proposito del pronome sé.
Questo (quando è pronome
tonico, diverso quindi, oltreché
dalla congiunzione, anche dal se di
non se ne fa nulla che è
pronome atono) si scrive bene con
l'accento anche se si trova unito a
stesso e medesimo. Non
c'è infatti alcun motivo di
trattare diversamente sé stesso
e sé medesimo invocando
la giustificazione che qui il valore di
pronome è evidente, poiché
allora le eccezioni dovrebbero logicamente
continuare; e non c'è chi non veda,
per esempio, che anche nell'espressione
a sé stante accentiamo senza
difficoltà un sé
evidentemente pronome. Il
punto 3.2 elencando piè con
l'accento mostra come questa grafia sia da
preferirsi a pie' con l'apostrofo,
che pure è suggerita da alcuni
dizionari. Segnaccento
obbligato rio
nell'ortografia della lingua italiana (Uni
601567): 1.
Scopo La
presente unificazione ha lo scopo di
stabilire le regole ortografiche per il
segnaccento nei testi stampati in lingua
italiana. quando esso sia
obbligatorio. 2.
Definizione 2.1
Il segnaccento (o segno d'accento, o
accento scritto) serve ad indicare
esplicitamente la vocale tonica, per
esempio: andrà, colpì.
temé, virtù 2.2.
Il segnaccento può essere grave
( ~) o acuto (~). 3.
Uso Il
segnaccento è obbligatorio nei casi
seguenti: 3.1.
Su alcuni monosillabi, per distinguerli da
altri monosillabi che si scrivono con le
stesse lettere ma senza
accento: che
(«poiché», congiunzione
causale) per distinguerlo da che
(congiunzione in ogni altro senso, o
pronome); dà
(indicativo presente di dare) per
distinguerlo da da (preposizione) e da'
(imperativo di dare); dì
(«giorno») per distinguerlo da
di (preposizione) e di' (imperativo di
dire); è
(verbo) per distinguerlo da e
(congiunzione); là
(avverbio) per distinguerlo da la
(articolo. pronome. nota
musicale); lì
(avverbio) per distinguerlo da li
(articolo, pronome): né
(congiunzione) per distinguerlo da ne
(pronome, avverbio); sé
(pronome tonico) per distinguerlo da se
(congiunzione, pronome
atono); sì
(«così», o affermazione)
per distinguerlo da si (pronome, nota
musicale); té
(pianta, bevanda) per distinguerlo da te
(pronome). 3.2.
Sui monosillabi: chiù,
ciò. diè, fé,
già, giù, piè,
più. può,
scià. 3.3.
Su tutte le parole polisillabe su cui la
posa della voce cade sulla vocale che
è alla fine della parola, per
esempio: pietà, lunedì,
farò,
autogrù. 4.
Forma 4.
1. Il segnaccento, nei casi in cui
è obbligatorio, è sempre
grave sulle vocali: à. i,
o. ti. 4.2.
Sulla e, il segnaccento
obbligatorio è grave se la vocale
è aperta, è acuto se la
vocale è chiusa: -
è sempre grave sulle parole
seguenti: ahimè
e ohimè, caffè,
canapè, cioè,
coccodè, diè, e,
gilè, lacchè, piè,
tè; inoltre sulla maggior parte dei
francesismi adattati. come bebè,
cabarè, purè, ecc. e sulla
maggior parte dei nomi propri, come
Giosuè, .Mosè, Noè,
Salomè,
Tigrè; -
è acuto sulle parole
seguenti: ché
(«poiché») e i composti
di che (affinché.
macché, perché, ecc.),
fé e i composti affé,
autodafe, i composti di re e di
tre (viceré,
ventitré), i passati
remoti (credé, temé,
ecc., escluso diè),
le parole mercé, né,
scimpanzé. sé,
testé. 4.3.
Anche per la o si possono
distinguere i due timbri (aperto o chiuso)
con i due accenti (grave ed acuto) ma solo
in casi in cui l'accento è
facoltativo, per esempio: còlto
(participio passato di cogliere,
e cólto
(«istruito»). L'esempio
autogrù del punto 3.3 risolve
l'incertezza riguardo all'uso dell'accento
su quei nomi composti il cui secondo
elemento sia una parola che di per
sé non lo richiede: infatti tra gli
esempi della seconda parte del punto 4.2
ritornano i casi analoghi dei composti di
re e di tre, come
viceré e
ventitré. regolarmente
accentati. Il
punto 4.2 ci indica anzitutto quali sono
le, parole tronche in e che, avendo suono
aperto, richiedono I accento grave. Tale
breve elenco risolve alcune
perplessità: ahimè e
ohimè sono da preferirsi a
ahimé e ohimé
pure usati da qualche autore', i
francesismi adattati sono pure indicati
con l'accento grave a prescindere dal
suono che tale e può avere nella
lingua d'origine. La
seconda pane dello stesso punto 4.2
raggruppa poi i casi di e finale con
accento acuto. dove notiamo la scelta di
scimpanzé contro
scimpanzè. Infine
il punto 4.3 (a maggior chiarimento del
punto 4.1) sottolinea che l'accento grave
su o si deve intendere limitato ai casi di
accentazione obbligatoria che sono quelli
delle parole tronche in o. nelle quali
effettivamente la vocale accentata ha
sempre suono aperto. Precisato
con la norma Uni l'elenco dei monosillabi
che richiedono l'accento e stabilito il
principio generale che, tra i polisillabi.
lo richiedono soltanto quelli «su cui
la posa della voce cade sulla vocale che
è alla fine della parola».
appare evidente la conclusione che in ogni
altro caso l'accento è facoltativo
e perciò non strettamente
necessario. sicché ove l'autore non
abbia usato altri accenti non c'è
davvero motivo di
«fabbricargliene» di nuovi. Al
contrario, converrà con prudenza
eliminare quelli assolutamente superflui
lasciando l'accento facoltativo unicamente
la dove questo ha la forza di sciogliere
una «vera ambiguità»,
quando cioè neppure il contesto
potrebbe, di primo acchito, dar luce
sufficiente per valutare la parola (es.
gorgóglio [«rumore
di liquido che gorgoglia»],
diverso da gorgoglìo
[«un gorgogliare
continuo»]); oppure quando
l'accento è stato appositamente
segnato per sottolineare una pronuncia
esatta o più corretta di fronte a
un'altra errata o meno corretta e che
siano largamente diffuse o nel linguaggio
ordinario o in quello della categoria
specifica a cui l'autore si rivolge (es.:
salùbre e incàvo.
piani, contro salubre e
incavo, sdruccioli). Stando
cosi le cose ognuno vede facilmente quanto
sia gratuito, per esempio, l'accento su
parole del tipo danno (verbo) per
distinguerlo dal suo omonimo perfetto
donno (nome), perché - a ben
pensarci - non ci può essere
contesto così misero da non
permetterci di riconoscerle a colpo l'una
dall'altra. E, d'altra parte, se
accentiamo dànno (da
dare per distinguerlo da
danno («nocumento»),
perché non accenteremo anche (ma
con quale vantaggio?!) uno qualsiasi di
questi altri omonimi perfetti:
«piano» di guerra;
I'inquilino del quinto
«piano»)~; il sonotore di
«piano»; chi va
«piano» va sano; son venuti dal
monte e dal
«piano»? Quando
l'accento facoltativo viene adoperato
(s'intende meditatamente) per sciogliere
una vera ambiguità, si tratta quasi
sempre di una sdrucciola e di una piana.
Quale delle due accenteremo? La norma
più largamente diffusa ci sembra
quella che considera il problema sotto un
altro angolo visuale: quale delle due
parole è la meno comune. oppure:
quale delle due parole può
presentare incertezze nella pronuncia'?, e
su quella precisamente si consiglia
l'accento: se poi sono tutt'e due
più o meno rare, si preferisce
allora l'accento sulla sdrucciola.
Perciò: princìpi e
subìto, piani, contro
principi e subito,
sdruccioli; ma crògiolo
(da crogiolare), sdrucciolo, contro
crogiolo («recipiente»),
piano. Infine
consideriamo il caso di parole come
assassinio e assassino,
omicidio e omicida che sono
omonimi perfetti nel plurale (assassini
e omicidi). L 'uso dell'accento
circonflesso su assassinî
(da assassinio) e
omicidî (da
omicidio), distinguerebbe,
è vero, chiaramente i due plurali,
ma questo tipo di accento viene sempre
meno adoperato. In questo caso pertanto la
soluzione meno arcaica è quella di
scrivere assassinii e
omicidii. 1.
Ordinariamente le parole si abbreviano o
sulle consonanti iniziali (es. numero
=n., plurale = pl.) o per
troncamento dopo la consonante o le
consonanti iniziali della seconda sillaba
(volume = vol., singolare =
sing. [eccezione:
signore = sig.], o per
compendio (battaglione = btg.,
confronta = cfr.); altri tipi di
abbreviazioni sono più proprie
dello stile commerciale o epistolare
(agosto = ago., settembre =
set., obbligatissimo =
obbl.mo, pregiatissimo = preg.mo).
Per evitare eventuali equivoci, una
determinata parola può essere
abbreviata anche oltre il punto
normalmente previsto (indecl.. per
indeclinabile, distinto da
ind. per indicativo) oppure
addirittura non abbreviata (es.
nota distinto da n. per
numero), ma una stessa
abbreviazione non può essere usata,
nel corso della stessa opera, per indicare
due parole diverse: c. per canto e
capitolo; n. per nota e
numero; p. per parte e
pagina; t. per tomo,
tavola e titolo. 2.
Nel testo (eccetto che l'argomento sia o
molto scientifico o di indole prettamente
commerciale) non si usa in generale alcuna
abbreviazione, salvo che per le
espressioni «avanti Cristo» e
«dopo Cristo» appartenenti a una
datazione. e inoltre (specialmente se sono
inclusi tra parentesi) per i rimandi ad
altre parti del libro. per le citazioni
bibliografiche, per le date e pe talune
espressioni particolari. 3.
L'abbreviazione è invece normale
nelle tabelle, negli specchietti, nelle
fonti di citazione in nota e nella
bibliografia. Nei testi tecnici e
scientifici e negli stampati per uso
commerciale. sono pure più
frequenti le abbreviazioni. 4.
Le lettere soppresse nell'abbreviazione
sono generalmente sostituite dal punto
(volume = vol.) a merlo che si
tratti di un simbolo gia diversamente
codificato da convenzioni nazionali o
internazionali (es. metro =
m). 5.
Il punto fermo e i punti sospensivi che
eventualmente seguano la parola abbreviata
rendono superfluo il punto finale
dell'abbreviazione. Questo sussiste invece
con ogni altro segno
d'interpunzione. 6.
Non sono di regola ammesse le
abbreviazioni consistenti nella
soppressione di una sola lettera: libr.
per libro; part. per parte;
tom. per tomo; ved. per
vedi. 7.
In uno stesso lavoro una stessa parola non
si deve abbreviare in modo diverso,
specialmente se si tratta di abbreviazioni
scientifiche o di unita di misura gia
codificate. Tuttavia le abbreviazioni di
indole generale (come quelle dei
dizionari, grammatiche e simili) si
potranno modificare (meglio se d'intesa
con l'autore) in sede di correzione di
bozze ogni volta che sia richiesto dalla
spaziatura o troppo stretta o troppo larga
della linea. (i.
Le sigle e le abbreviazioni costituite da
singole lettere puntate si scrivono o
unite o con un leggero spazio tra le
lettere: S.M., a.C., d.C.. ecc. 9.
Durante la composizione, eccetto il caso
di giustezze molto corte, occorre evitare
di dividere le parole abbreviate e le
sigle: ar/cheol., Fl-/AT, UNE-/SCO,
ge-/ogr. 10.
In uno stesso lavoro la stessa sigla deve
presentare caratteristiche costanti (o
sempre senza punto o sempre col punto).
Sempre più diffusa è la
prassi di eliminare costantemente il
punto. 11.
Le abbreviazioni formate sulla prima
lettera ammettono il raddoppiamento di
questa quando sono usate nel plurale. Si
consiglia invece di evitare il
raddoppiamento di consonanti in ogni altro
caso (es. articoli = art., non
artt.). 12.
Ovunque sia possibile, si preferisca
abbreviare secondo l'uso italiano.
tralasciando le forme proprie di altre
lingue (es. dottore = dott., meno
bene dr.; eccetera =
ecc., meno bene
etc.). 1.
Su questo punto si tenga prensente
anzitutto quanto gia detto nel capitolo
precedente ai punti ~. 4.1, 2.4.2, 2.4.3,
avvertendo che se la citazione consiste in
una breve frase di quattro o cinque parole
all'interno del capoverso, questa
può anche essere indicata in
corsivo, togliendo in tal caso le
virgolette. 2.
Nelle lunghe citazioni occupanti
più capoversi e che per motivi
speciali non si intendono comporre in
corpo minore o con analoghi espedienti
tipografici, le virgolette di apertura
andranno ripetute come richiamo a ogni
capoverso. Raramente adoperate sono, a
questo scopo, le virgolette rovesciate
(cioè delle virgolette di chiusura)
che taluni vorrebbero (ma è uso
ancor più raro) apporre all'inizio
di ogni riga del brano citato. 3.
Come contrassegno dei commenti o
chiarimenti inseriti da chi scrive nel
brano citato si preferisce usare le
parentesi quadre; vi potrebbero essere
infatti citazioni recanti anche parole tra
parentesi tonde e appartenenti come le
altre all'autore del brano citato. e
queste non devono confondersi con quelle
del commentatore. Le stesse parentesi
quadre servono a racchiudere i puntini di
omissione quando si tralascia (soprattutto
all'interno del brano) una parte della
citazione. 4.
Quando l'omissione è fatta in
principio o in fine del brano citato si
usano più spesso i puntini senza
parentesi (con un breve distacco dalla
parola iniziale, se in principio; senza
alcun distacco dall'ultimo segno o parola
se in fine). I
richiami di nota si possono rendere
tipograficamente in più
modi: a)
con un numerino elevato tra
parentesi; b)
con un numerino elevato senza
parentesi; e)
con un numero dello stesso occhio del
testo, non elevato e racchiuso tra
parentesi; d)
con una serie progressiva (fino a tre) di
asterischi: e)
con una serie di lettere alfabetiche
minuscole generalmente dello stesso occhio
del testo in cui sono inserite e racchiuse
tra parentesi. Gli
asterischi sono indicati soprattutto per i
testi matematici e per le tabelle. Le
lettere servono più spesso nel caso
delle contronote nei testi
critici. Per
i testi non matematici si usano i richiami
accennati in a) b) c), avvertendo
però che l'ultimo è usato
sempre meno frequentemente. Degli altri
due, a/ ha il vantaggio di prestarsi bene
come richiamo anche quando è
addossato a un numero (per esempio a una
data), e di essere più facile da
ritrovare. 2.
Quando il richiamo ha soprattutto lo scopo
di collocare in nota la fonte di una
citazione si mette di regola in fine della
stessa citazione dopo la chiusura delle
virgolette. 3.
I richiami di nota sono oggetto di qualche
controversia riguardo alla punteggiatura
quando sono posti in coincidenza di
questa. E vero che logicamente
l'interpunzione dovrebbe comprendere e non
escludere il richiamo di nota, ma è
altrettanto vero che in casi come aaaa27
aaaa277 aaaa42 0 il bianco che separa il
segno d'interpunzione appare piuttosto
antiestetico. Perciò è forse
meglio accettare in linea generale la
prassi di far precedere l'interpunzione e
di lasciare per ultimo il richiamo ogni
volta che sia sufficientemente chiaro a
quale parola quest'ultimo si
riferisca. 4.
Riguardo alla numerazione dei richiami di
nota, il revisore si attiene a quanto di
volta in volta viene concordato tra
l'autore e l'editore. La numerazione
progressiva per tutta l'opera è
più vantaggiosa economicamente
quando il lavoro viene eseguito alla
linotype o in fotocomposizione. 5.
Nell'operazione di rinumerare i richiami
di nota di un manoscritto è molto
facile incorrere in qualche svista: per
garantirsi meglio da eventuali salti o
ripetizioni. si usa segnare su un foglio a
parte i richiami man mano modificati sul
manoscritto aggiungendo tra parentesi il
numero di pagina della cartella
interessata. Le
fonti di citazione si mettono generalmente
in nota; possono tuttavia essere incluse
nel testo quando sono piuttosto rare, o
quando appartengono a opere classiche, e
ogni volta che sono espresse solo
sommariamente. Ovunque
sia possibile si consiglia di applicare la
norma Uni sulla «citazione
bibliografica dei libri a stampa» che
di seguito riportiamo nella sua attuale
stesura, anche se ancora non
definitiva. Quando
nella bibliografia ricorre con frequenza
la citazione di una stessa fonte. si ha
interesse ad abbreviare: è il caso.
per esempio. dei periodici citati in
talune trattazioni scientifiche e dei
libri biblici in opere di dottrina
cristiana. Le
abbreviazioni dei periodici scientifici
redatti in lingue europee possono trovare
un modello nel World List of
Scientific Periodicals (Londra.
Butterworths). Le
abbreviazioni dei libri biblici possono
essere in latino o in italiano a seconda
della natura dell'opera. Per le opere
eminentemente scientifiche le
abbreviazioni latine sono preferibili.
Riguardo al modo di abbreviare i singoli
libri biblici non c'è presso gli
editori interessati nella materia una
prassi univoca; un modello valido
può essere quello proposto
dall'Associazione biblica
italiana. Per
una rassegna più completa degli
aspetti relativi alla citazione
bibliografica in generale si veda in
questo stesso volume la trattazione
specifica di Nereo Vianello. Citazione
bibliografica di testi a stampa (Uni/CU
0031) La
presente unificazione ha lo scopo di
proporre un modello che stabilisca le
caratteristiche della citazione
bibliografica di testi a stampa nella
prassi editoriale. 2.
Abbreviazioni 2.1.
Elenco delle parole di uso più
comune nelle citazioni bibliografiche e
relativa abbreviazione: allegato/all. articolo/art. appendice/app. canone/c.,
can. capitolo/cap. citato/cit. canto,
carta/c. paragrafo/par. pretura/pret. quaderno/quad. regio
decreto/r.d. riga/r. ristampa/rist. scena/se. seguente/I. senza
anno/s.a. serie/ser. (nuova
serie)/n.s. sezione/sez. supplemento/suppl. senza
data/s.d. senza
editore/s.e. senza
luogo/s.l. senza
note tipografiche/s.n.t. senza
numero/s.n. tabella/tab. tavola/tav. testo
unico/t.u. titolo/tit. traduzione/trad. tribunale/trib. verso.
versetto/v. volume/vol. 2.2.
Nelle abbreviazioni risultanti da due
parole (es. f.t. = fuori testo) lo spazio
si riduce oppure si elimina
completamente. 2.3.
Si consiglia di non abbreviare le seguenti
parole: anno. atto. libro. ode. parte.
tomo. vedi. L'abbreviazione «n.»
(per «nota») e da riservare
piuttosto agli indici
analitici. 2.4.
Delle abbreviazioni elencate al punto 2.1.
si consiglia di modificare nel plurale
unicamente quelle formate sulla lettera
iniziale della parola: cc. = canti, carte,
canoni: ff = fogli; ll. = linee (rar.
leggi); mss. = manoscritti; nn. = numeri;
pp. = pagine; ss. = seguenti; vv. = versi,
versetti. Nota.
In caso di possibile equivoci si usa la
parola per esteso
(p. es. volumi, in luogo di
voll.). 2.5.
È consuetudine abbreviare nella
citazione bibliografica il nome
dell'autore esprimendolo con l'iniziale
puntata (nelle note prima del cognome, e
dopo di esso nelle bibliografie
alfabetiche). 3.
Nomi di città e termini
stranieri presenti nella
citazione 3.1.
I nomi di città in lingua straniera
restano in lingua originale. 3.2.
I termini non italiani si traducono (es.
edited by = a cura di,
et. al. = e altri,
ecc.). 3.
Caratteri e segni ortografici che
caratterizzano la citazione 4.1.
Autore: è sufficiente il tondo
normale. 4.2.
Opera: in corsivo, sia che si tratti di un
libro o di un capitolo come di un articolo
o di un contributo in un volume
collettivo; nella citazione di opere
comprendenti più volumi si compone
in corsivo sia il titolo generale, sia il
titolo del volume eventualmente
citato. 4.3.
Volume collettivo: in corsivo. 4.4.
Rivista e periodici: in
corsivo. Nota.
Nella citazione di articoli di riviste o
di contributi in volumi collettivi si fa
precedere il nome della rivista o del
volume collettivo dalla preposizione in
(vedi es. 8.2.1.). 5.
Interpunzione nella
citazione Le
parti ordinarie della citazione si
separano tra loro per mezzo della
virgola. Nota.
È preferibile abolire la virgola,
quando non si dichiara il nome
dell'editore, tra la città e l'anno
di edizione. 6.
Numeri nella citazione I
numeri relativi a capitoli, paragrafi.
parti. volumi e simili si esprimono di
preferenza con le cifre arabiche.
L'esponente si usa soltanto nel femminile
(es. vol. 3, cap. I; ma: parte
1'). 7.
Iniziali maiuscole e minuscole nella
citazione 7.1.
I titoli in lingua italiana richiedono
l'iniziale maiuscola soltanto nella prima
parola. 7.2.
I termini capitolo. parte. volume, figura,
tabella, tavola e simili non richiedono,
di per sé, l'iniziale
maiuscola. 8.
Esempi di collocazione dei componenti
della citazione 8.1.
Esempi di stampati autonomi: 8.
1. 1. G. Pellitteri, G. Stefanelli e F.
Miccoli. Tipocomposizione, Torino,
Sei, 2a ed. 1966, 3 volumi. 8.1.2.
G.M. Pugno, Trattato di cultura
generale nel campo della stampa. tomo
3, L'adolescenza della tipografia.
Torino, Sei. 1967, pp. 217
si. 8.1.3.
C. Battisti e G. Alessio, Dizionario
etimologico italiano. Firenze,
Barbera. 19501957, 5 volumi. 8.1.4.
B.L. Whorf. Language, Thought and
Reality, M.I.T. Press, Cambridge
(Mass.), 1956, pp. 120125. 8.1.5.
S.H. Steinberg, Five Hundred Years of
Printing, Harmondsworth, Penguin
Books, 1955 (ed. ital. Cinque secoli di
stampa, trad. L. Lovera, Torino,
Einaudi, 1962). 8.1.6.
Encyclopaedia Britannica. .A new Suvey
of Universal Knowledge, Chicago,
Londra e Toronto, Enc. Brit. Ltd., 1957,
24 volumi. 8.1.7.
M.L. King, Strenght to Love. New
York, Harper & Row, 1963 (ed. ital.
La forza di amare cura di E. Balducci,
Torino, Sei, 1967). 8.1.8.
A. Manzoni, I promessi sposi,
passim. 8.2.
Esempi di stampati non
autonomi: 8.2.1.
E. Garin, La letteratura degli
umanisti, in Storia della
letteratura italiana, a cura di E.
Cecchi e N. Sapegno, vol. 3, Il
Quattrocento e l'Ariosto, Milano,
1966. 8.2.2.
P. Molmenti, Carlo Gozzi inedito
(in Giornale storico della
letteratura italiana, vol. 87
[1926], pp. 3673). p.
39. 8.2.3.
G. Pellitteri, L'unificazione è un
incubo?, in Graphicus. n. 3, marzo 1967,
pp. 28-29. 9.
Uso delle abbreviazioni cit., ibid.,
id., l. cit., op. cit. 9.1.
«cit.» sostituisce l'elencazione
degli estremi editoriali di un'opera
già citata e anche l'enunciazione
completa del titolo della stessa.
Esempio: Vedi
Pugno, Trattato di cultura
generale, cit., p. 135. 9.2.
«ibid.» può sostituire
sia l'intera citazione appena enunciata
nella nota precedente, sia parte di essa,
ed è in genere comprensiva del nome
dell'autore. Esempio: Vedi Pugno,
Trattato di cultura generale, cit.,
p. 135. Ibid., p. 150. 9.3.
«id.» sostituisce il nome
dell'autore, appena citato.
Esempio: A.
Manzoni, I promessi
sposi. Id.,
Osservazioni sulla morale
cattolica. Nota.
«id.» non cambia anche se si
trova in sostituzione di nome
femminile. 9.4.
«l. cit.» indica un passo
già citato in una nota non
immediatamente precedente.
Esempio: G.M.
Pugno, Trattato di cultura generale nel
campo della stampa, vol. 1, La
preistoria, p. 143. L.
Fumanelli, Il carattere nella storia e
nell'arte della stampa, p.
159. Pugno,
1. cit. 9.5.
«op. cit.» sostituisce il titolo
di un'opera già citata quando di
quell'autore si sia citato un solo
scritto. Esempio: L.
Fumanelli, Il carattere nella storia e
nell'arte della stampa. p.
159. G.
Pellitteri, Atlante tipologico, p.
14. Fumanelli, op. cit., p. 24 Nota.
«passim» non si abbrevia e si
compone, come gli altri termini sopra
elencati, in tondo (vedi es.
8.1.8.). 10.
Varie 10.1.
Nelle citazioni bibliografiche in nota si
fa precedere «vedi» (o
«cf.» o «cfr.»)
soltanto quando nel testo corrisponde una
citazione a senso, cioè non
caratterizzata né dal corsivo,
né dalle virgolette, né dal
corpo minore. Nota.
Invece di «vedi ibid.» si
preferisca «vedi
ivi». 10.2.
Non occorre ripetere le iniziali del nome
dell'autore quando ci si riferisce a
un'opera già citata (vedi esempio
del punto 9). 10.3.
Nell'espressione «e seguenti»
(riferita p. es. alle pagine citate o agli
anni dell'edizione di un'opera in
più volumi), abbreviando si tace la
congiunzione «e» (vedi es.
8.1.2.). 10.4.
Due autori o due luoghi di edizioni
vengono uniti per mezzo della congiunzione
«e»; più nomi di autori o
più luoghi di edizione vengono
uniti per mezzo della virgola adoperando
tra il penultimo e l'ultimo la
congiunzione «e» (vedi es.
8.1.1., 8.1.3., 8.1.6.). 10.5.
Quando in una citazione di stampati non
autonomi si desidera indicare sia le
pagine complessive dell'articolo, sia la
pagina che contiene in particolare il
passo citato, può servire di
modello l'esempio 8.2.2. 1.
Le battute di un dialogo si possono
contrassegnare o con le lineette (dette
più frequentemente
«lineati» nel linguaggio
tipografico) o con le
virgolette, 2.
Lineati e virgolette sostanzialmente si
equivalgono, ma, nel caso che il dialogato
costituisca la parte preponderante del
testo, l'uso dei lineati ha qualche
risorsa in più sulle virgolette in
quanto consente di riservare queste ultime
per le frasi «pensate»
dell'interlocutore, Inoltre, stabilito
l'uso dei lineati, si avrebbe, di
più, il vantaggio di poter
contrassegnare con le virgolette un
dialogato che appartenga a un brano
citato, iniziando appunto con i due segni
ortografici («). Viceversa ragioni di
chiarezza fanno preferire le virgolette
ogni volta che le battute del dialogo (per
la loro eccezionalità e
brevità o per le esigenze
particolari del libro) debbano essere
composte di seguito all'interno di un
unico capoverso, In questo caso infatti si
sarebbe costretti a dare a uno stesso
lineato la doppia funzione di chiudere la
battuta e di aprire quella
successiva, 3.
Una delle caratteristiche dei lineati,
quando vengono adoperati nel dialogato con
battute a capoverso, è quella di
non richiedere il lineato di chiusura
quando le parole pronunciate
dall'interlocutore coincidono con la fine
dello stesso capoverso. 4.
Sia i lineati sia le virgolette esigono un
metodo costante riguardo all'uso della
punteggiatura in coincidenza con questi
segni evitando di adottare soluzioni
diverse per ciascuno di essi. 4.1.
Consideriamo per primo l'uso del lineato.
Se si accetta il principio (d'altra parte
largamente diffuso) di adoperare questo
segno per rafforzare la punteggiatura che
di per sé sarebbe richiesta dal
periodo, si ha questi modelli: Esempi
senza lineati Oh
povero me! esclamò don Abbondio.
Che c'entro io?» Che
c'entro io? esclamò don Abbondio.
Son io che voglio maritarmi? Perché
non son andati piuttosto a parlare...
esclamò don Abbondio. Oh vedete un
poco. Volete
tacere? esclamò don Abbondio,
volete tacere? Per
amor del cielo! esclamò don
Abbondio, non fate pettegolezzi, non fate
schiamazzi. Ne
va... esclamò don Abbondio, ne va
la vita! Niente,
niente, rispose don Abbondio, lasciandosi
andare tutto ansante sul sua
seggiolone. Esempi
con i lineati -
Oh povero me! - esclamò don
Abbondio. - che c'entra io? -
Che c'entra io? - esclamò don
Abbondio - Son io che voglio
maritarmi? -
Perché non son andati piuttosto a
parlare... - esclamò don Abbondio.
Oh vedete un poco. -
Volete tacere? - esclamò don
Abbondio, - volete tacere? -
Per amor del cielo! - esclamò don
Abbondio, - non fate
schiamazzi. -
Ne va... - esclamò don Abbondio, -
ne va la vita! -
Niente, niente, - rispose don Abbondio,
lasciandosi andare tutto ansante sul suo
seggiolone. 4.2.
Lo stessa criterio tenuto per i lineati
andrebbe logicamente applicato alle
virgolette, secondo gli esempi che
seguono, cioè gli stessi del punto
precedente ma con i lineati sostituiti da
virgolette. Questa metodo è gia
seguito da alcune importanti case
editrici: Esempi
con le virgolette «Oh
povero me!» esclamò don
Abbondio. «Che c'entro
io?» «Che
c'entro io?» esclamò don
Abbondio. «Son io che voglio
maritarmi?» «Perché
non son andati piuttosto a
parlare...» esclamò don
Abbondio. «Oh vedete un
poco.» «Volete
tacere?» esclamò don Abbondio,
«volete tacere?» «Per
amor del cielo!» esclamò don
Abbondio, «non fate pettegolezzi, non
fate schiamazzi.» «Ne
va...» esclamò don Abbondio,
«ne va la vita!» «Niente,
niente,» rispose don Abbondio,
lasciandosi andare tutto ansante sul sua
seggiolone. 1.
Diciamo incisi quelle parole o frasi che,
non essendo necessariamente legati al
resto del discorso, possono essere anche
racchiuse tra parentesi a tra
lineati. 2.
Quando in coincidenza dell'inciso
c'è un segno di punteggiatura, si
badi di seguire uno stesso criterio per le
parentesi e per i lineati, tenendo
presente quanto segue. 2.1.
La virgola, il punto e virgola e i due
punti si spostano generalmente dopo il
lineato che chiude l'inciso (che non si
dovrà portare a capo): Esempi
con le parentesi Quando
Renzo si fu levato il farsetto (e ce ne
volle), l'oste l'agguantò
subito... Accettò
lo stracchino, del vino, la
ringraziò (gli era venuto in odio,
per quello scherzo che gli aveva fatto la
sera avanti); e si mise a sedere, pregando
la donna che facesse presto. A
me, per esempio, dovrebbero rilasciare un
biglietto in questa forma: Ambrogio
Fusella, di professione spadaio, con
moglie e quattro figliuoli, tutti in
età da mangiar pane (notate bene):
gli si dia pane tanto, e paghi soldi
tanti. Esempi
con i lineati Quando
Renzo si fu levato il farsetto - e ce ne
volle -, l'oste l'agguantò
subito... Accettò
lo stracchino, del vino, la
ringraziò - gli era venuto in odio,
per quello scherzo che gli aveva fatto la
sera avanti -; e si mise a sedere,
pregando la donna che facesse
presto. A
me, per esempio, dovrebbero rilasciare un
biglietto in questa forma: Ambrogio
Fusella, di professione spadaio, con
moglie e quattro figliuoli, tutti in
età da mangiar pane - notate bene
-: gli si dia pane tanto, e paghi soldi
tanti. 2.2.
Restano interni alla parentesi o al
lineato di chiusura soltanto gli eventuali
punti sospensivi, il punto esclamativa e
il punto interrogativo che si trovassero
in fine dell'inciso: Esempio
con le pareniesi Ma
(come vanno alle volte le cose di questo
mondo!) intanto che colui pensava al
dottore... Esempio
coi i lineati Ma
- come vanno alle volte le cose di questo
mondo! - intanto che colui pensava al
dottore... 3.
Un tipo particolare di inciso è
costituita dal testo didascalico racchiusa
tra parentesi che nelle composizioni
teatrali accompagna di frequente le
battute degli interlocutori. Oltre al casa
della frase a sé stante a cui
accenniamo nel paragrafo seguente
può verificarsi anche quello di una
dicitura (precedente una battuta o in
questa inserita) le cui ultime parole
esprimono o sottintendono con evidenza un
verdo di «dire» con la
conseguente necessità, ora
più ora meno sentita, dei due
punti. Anche in questo caso ci sembra che
il segno di punteggiatura sia messo bene
all'interno della parentesi di
chiusura: Anna
(svincolandosi) Eh, lo so, lo so che si
deve tacere! (Rimane un attimo in
silenzio. poi:) Ma non potrebbe venir qui
anche lui? Le
citazioni a sé stanti, che
cominciano cioè il capoverso o il
periodo dopo un punta fermo, richiedono,
secondo l'uso più logica, il punta
finale interno alle virgolette. Criterio
analogo si tiene riguarda alle parentesi
racchiudenti una frase nelle stesse
condizioni. Ugualmente interni alle
virgolette e alle parentesi si mettono gli
eventuali punti sospensivi e il punto
interrogativo o esclamativa in
sostituzione del punta fermo. Le citazioni
a sé stanti richiedono il punta
finale interno alle virgolette anche
quando sano introdotte dal segna dei due
punti, sempre che inizino con la
maiuscola: L'articolo
40 della Costituzione afferma: «Il
diritto di sciopero si esercita
nell'ambito delle leggi che lo
regolano.» Renzo
s'abbatteva appunto a passare per una
delle parti più squallide e
più desolate: quella crociata di
strade che si chiamava il carrobio
di porta Nuova. (C'era allora una
croce nel mezzo, e, dirimpetto ad essa,
accanto a dove è ora san Francesco
di Paola, una vecchia chiesa col titolo di
sant'Anastasia.) Tanta era stata in quel
vicinato la furia del
contagio... Frasi
a sé stanti costituite dal testa
didascalico inserita tra parentesi nelle
battute degli interlocutori nelle
composizioni teatrali, richiedono
altresì il punto finale interno
alla parentesi di chiusura: Riccarda
(che ha tentato invano di turarle la
bocca) Anna, taci! Non sai ciò che
dici! Vieni (La trascina con violenza
verso miss Lucia, mentre Alberta rimane
immobile, come impietrita) 1.
I punti di omissione e i punti di
sospensione si compongono generalmente in
numero di tre e senza alcuno spazio tra i
singoli punti. 2.
Il punto esclamativo e il punto
interrogativo si aggiungono ai punti di
sospensione senza modificarne il numero;
al contrario, il punto ferma e quello di
abbreviazione si intendono compresi nei
tre punti convenzionali. 3.
I punti di omissione quando sostituiscono
specificamente un nome o un altro elemento
della frase, richiedono lo spazio prima e
dopo (es. Il signor0 fu
atteso Invano). 4.
L'omissione di parte di una citazione si
suole esprimere con i punti racchiusi tra
parentesi quadre (vedi 2.4.3.). 5.
Quando i punti di omissione iniziano una
citazione si preferisce separarli dalla
prima parola con un leggero
spazio. 6.
1 punti di sospensione si compongono uniti
alla parola o
segno ortografico che li
precede. 7.
L'interpunzione in coincidenza con i punti
di sospensione si mette prima o dopo i
punti, secondo che la reticenza si
immagini entro la frase o dopo: -
Le hanno detto.... padre? - gli
domandò Renzo con voce
commossa. -
Dunque voi sapevate...? - disse
Renzo. -
No. no. per amor del cielo -
cominciò Lucia; ma il pianto le
troncò la voce. -
S'io avessi avuto un nemico?0bastava che
mi lasciassi intendere: avrebbe finito
presto di mangiar pane. -
Maledetto vizio! Viva! giustizia! pane!
ah, ecco le parole giuste!... Là ci
volevano que' galantuomini!... 1.
Le parentesi quadre contrassegnano le
aggiunte fatte dall'autore a un'edizione
precedente oppure, nel caso di traduzioni.
le parole di chiarimento del traduttore
tanto nel testo quando nelle note. L'uso
di questo caso delle parentesi quadre
rende superflua la sigla N.d.t.. (= nota
del traduttore). 2.
In generale si preferisce evitare di
finire un inciso con due parentesi tonde.'
perciò, dovendo racchiudere tra
parentesi elementi già appartenenti
a un inciso in parentesi tonde. si
adoperano le parentesi quadre. 3.
Le parentesi tonde si usano per
racchiudere gli incisi (vedi 2.8.1.) e le
frasi a sé stanti (vedi 2.9):
racchiudono altresì (nel testo o in
nota) la fonte di una
citazione: «Ci
contenteremo perciò di un consiglio
che vale per tutte le maiuscole:
adoperarne il meno possibile» (A.
Camilli, Pronuncia e grafia
dell'italiano). 4.
La parentesi tonda di apertura accompagna
talora una serie di numeri o di lettere
messe all'inizio di capoversi a comunque
di elencazioni sia su righe a sé
sia all'interno dello stesso capoverso.
Tuttavia, riguardo ai numeri, l'uso sembra
preferire (salvo l'esigenza di adoperare i
due tipi di contrassegni) il punto ferma
in luogo della parentesi. 5.
Internamente tra le parentesi e la parola
o segno più vicini non si mette
nessuno spazio. 6.
Nelle espressioni parentetiche inserite in
un contesto tondo. le parentesi (sia di
apertura sia di chiusura) si compongono
più spesso in tondo anche se le
parole che racchiudono sono tutte O
parzialmente in corsivo. 1.
Abbiamo già detto dell'usa dei
lineati nel dialogato (vedi 2.7) e negli
incisi (vedi 2.8). 2.
Il lineato viene adoperato talvolta anche
in funzione di pausa, come rafforzamento
del normale segno di punteggiatura
richiesto dal discorso: Mario
guardò lei un momento. - si
ricordò. - il lampo d'un'idea
divina gli passò sul
viso. 3.
Nei brevi incisi che dichiarano l'autore o
la fonte di una citazione l'uso dei
lineati contribuisce particolarmente alla
chiarezza della lettura: «Il
diritto di sciopero - afferma l'articolo
40 della Costituzione - si esercita
nell'ambito delle leggi che lo
regolano.» 4.
Il lineato spesso contrassegna il discorso
diretto introdotto da un verbo di
dire: Or,
essendo venuto a mancare il vino, la madre
di Gesù gli dice: - non hanno
più vino. 5.
Il lineato viene adoperato in molti casi
con esclusiva funzione di separazione (tra
i titoli di un sommario, tra più
fonti di citazione elencate di seguito,
ecc.). 6.
Il lineato richiede spazio normale prima e
dopo. 1.
Il trattino con funzione copulativa (o
trattati no d'unione). si adopera in
generale per congiungere due o più
parole delle quali si vuoi far risaltare
il valore unitario: corso
tecnico-pratico un
colore giallo-bruno l'espresso
Torino-Roma gli
stampatori-editori del '500 Si
noti la differenza fra un colore
giallo-bruno (scritto col trattino.
perché «giallo» e
«bruno» sono due aggettivi) e un
giallo verdastro (scritto senza trattino,
poiché «giallo» ha qui
forza di sostantivo e
«verdastro» è rimasta
invece aggettivo). 2.
Non di rado il trattino viene usato per
far risaltare, in un particolare contesto,
l'etimologia della parola: Si
tratta. come ognuno vede. di una vera e
propria ri-creazione... 3.
I prefissi, i prefissoidi e le parole in
funzione di prefisso non richiedono
generalmente il trattino: extragalattico preesposizione retroattivo psicofisico tardogotico veteroslavo nordeuropeo sudoccidentale vicepresidente 3.
1. Tuttavia si preferisce usare il
trattino quando il prefisso o la parola in
funzione di prefisso determinano un
vocabolo non italiano (es.
contro-transfert, vice-leader). 3.2.
Il prefisso ex si separa dalla parola a
cui si riferisce più spesso senza
trattino (es. ex presidente, ex allievo,
ex ufficiale). 4.
L'accostamento di due sostantivi di cui il
primo sia determinato dal secondo si fa in
genere senza trattino. soprattutto se si
tratta di espressioni del linguaggio
comune o se, pur appartenendo a un
linguaggio più tecnico, vengono
nominate con frequenza nel corso
dell'opera (es. idee madri, punti
chiave, punti immagine). 5.
Il trattino viene spesso adoperato (in
certi usi scientifici e tecnici) per
delimitare il primo elemento di una parola
composta il cui completamento si
sottintende in quanto è uguale a
quello della parola che segue (es.
lastre tri - e quadrimetalliche
per. offset). 6.
Desinenze grammaticali, prefissi, suffissi
e simili si fanno generalmente
accompagnare dal trattino che
precederà o seguirà. oppure
precederà e seguirà
l'elemento interessato secondo che questo
appartenga alla parte iniziale o finale o
mediana della parola completa (es. Il
suffisso -olo, il prefisso sopra- l'-s- di
casa). Il
trattino di cui ai punti 2.13.1,2.13.2 (e
2.13.3 qualora si usasse in qualche caso
il trattino) e inoltre 2.13.4 si compone
senza spazio né prima né
dopo. Si noti tuttavia che, relativamente
ai punti 13.1, quando il trattino si
trovasse a congiungere due elementi di cui
uno almeno già internamente
spaziato o quando uno dei due elementi sia
formato da due o più parole,
è buona norma mettere un leggero
spazio prima e dopo il trattino stesso
(es. una tensione di 15.000 - 20.000 volt;
la linea Perugia - Città di
Castello; la regione Trentino - Alto
Adige). Il trattino invece relativo ai
punti 2.13.5 e 2.13.6 richiede lo spazio
da un lato solo (prima o dopo) secondo che
preceda o segua la paroletta
interessata. 7.
Il trattino, quando è usato in fin
di riga per dividere le parole. prende il
nome di trattino di divisione e sì
compone unito alla sillaba non preceduto
da alcuno spazio (salva il caso che la
divisione interessi una parola
spaziata). 8.
La barretta può essere inclinata o
verticale, semplice o doppia e può
richiedere o no lo spazio. Il suo uso
interessa specialmente i seguenti
casi: 1.
Nell'uso italiano ci sono due tipi di
virgolette: le virgolette angolari («
») e le virgolette elevate (" "; `
'): entrambi i tipi si adoperano col segno
rivolto verso la parola che delimitano. La
prassi contraria, relativamente alle
virgolette angolari (» «),
è cosa del tutto peregrina e non
trova consensi. Molta diffusa è
invece l'abitudine di battere come
virgolette elevate di apertura quelle
stesse che si usano per la chiusura,
cioè uno o due apostrofi,
perché o non si hanno le apposite
matrici a, pur avendole, risulta scomodo
adaperarle. 2.
Le citazioni incluse in un'altra citazione
già virgolettata si contrassegnano
con un altro tipo di
virgolette: «
Or, essendo venuto a mancare il vino, la
madre di Gesù gli dice: "Non
hanno più vino."» "Or,
essendo venuto a mancare il vino, la madre
di Gesù gli dice: `Non hanno
più vino.'" 3.
In un dialogato reso con i lineati le
virgolette contrassegnano più di
frequente le frasi pensante
dall'interlocutore: -
Abbiate pazienza. -
Per quanto? «
Siamo a buon porto. » pensò
fra sé don Abbondio; e, con un fare
più manieroso che mai... Qualora
le battute del dialogo siano già
esse stesse contrassegnate dalle
virgolette, c'è chi usa per le
frasi peniate le virgolette secondarie
(virgolette elevate), o addirittura non
usa per queste alcun segno di
distinzione. 4.
Le virgolette possono essere applicate
(dall'autore) a parole delle quali si
desidera sottolineare il significato
etimologico o alle quali si intende dare
un senso particolare o ironico e a quelle
coniate arbitrariamente o che non hanno
ancora ricevuto una sanzione ufficiale, In
questi casi conviene ricordare che
l'eventuale articolo va di norma lasciato
fuori dalle virgolette. Le virgolette si
adoperano inoltre per presentare la
prima volta un termine
piuttosto tecnico o altro qualunque
vocabolo di cui si desidera precisare la
definizione. (Si eviti tuttavia il
più possibile di infarcire le
pagine con un virgolettato
eccessivo). 5.
L'uso coerente delle virgolette
contribuisce talvolta a eliminare delle
ambiguità, come quando, per
esempio, accade che una stessa parola sia
usata per rappresentare indifferentemente
il nome della macchina e il nome della
Casa che la produce. In questi casi (se la
distinzione non apparisse già
evidente dal contesto), è norma
comune usare le virgolette per designare
il prodotto, lasciando invece il nome
della Casa in tondo senza virgolette, non
importa se sia in lingua italiana o in
altra lingua: la
«Monotype» (macchina) e la
Monotype (Casa) ma: la macchina Monotype o
anche: la monotype in
questi due casi senza virgolette
perché non c'è
possibilità di equivoco. 6.
Riguardo all'uso che vuole
contraddistinguere con le virgolette il
titolo delle riviste e delle pubblicazioni
periodiche, avvertiamo che la norma Uni
sulla «citazione bibliografica»
preferisce invece il corsivo. 7.
Nelle composizioni con alfabeti che non
consentono l'uso
del corsivo, le virgolette contrassegnano
di necessità anche quei termini e
quelle espressioni per le quali si sarebbe
adoperato il corsivo. 8.
All'interno delle virgolette angolari
(« ») si mette di solito
uno spazio mezzano. Le virgolette elevate
' ') si compongono più spesso o
senza spazio o con uno spazio minimo
tenendo conto anche del bianco di spalla
del carattere davanti a cui vengono a
trovarsi. (Alcuni eliminano lo spazio
anche all'interno delle virgolette
angolari, ma è un uso
rarissimo). 1.
Uso del corsivo. Il corsivo (che nel
dattiloscritto si rende con una
sottolineatura) si adopera specialmente in
questi casi: 1.1.
Nella citazione di: Notiamo
che per i titoli di giornali, riviste e
pubblicazioni periodiche alcuni editori
usano il tondo tra virgolette, ma non
vediamo una vera ragione per trattare
diversamente (soprattutto nel testo dove
siano citati nella loro formulazione
completa) il titolo di un giornale o di
una rivista dal titolo di un
libro. Riguardo
alle locuzioni latine, molti usano il
tondo per quelle più comuni,
soprattutto poi se si ripetono
frequentemente nel corso
dell'esposizione: grosso
modo, a priori, a posteriori, status quo,
ecc. Questa
prassi ci sembra più che
giustificata. 1.2.
Altri casi comuni del corsivo: È
da ricordare che nei libri scientifici
dove l'uso del corsivo piuttosto che del
tondo ha un significato preciso, bisogna
usare molta prudenza nell'adoperarlo per
mettere in risalto determinate parole o
per altri scopi. l.3.
Inoltre, nei dizionari e nelle grammatiche
il corsivo serve comunemente per la
citazione degli esempi e per le
etimologie. 2.
Uso del tondo. Tutto ciò che non
richiede di per sé un risalto
particolare si compone in
tondo, 2.
1. Il seguente elenco si riferisce a casi
di usa del tondo in contrapposizione al
corsivo o al virgolettato: 2.2.
Il tondo è pure usabile, in
contrapposizione al maiuscoletto, per i
nomi degli autori nelle bibliografie e
nelle fonti di citazione in genere e
inoltre nei numeri romani designanti i
secoli (es. secolo XX; XX secolo), dove
non si credesse di preferire il numero
arabico con esponente, di più
facile lettura (secolo 200; 200
secolo). 3.
Uso del maiuscoletto. Il maiuscoletto si
usa (ma non tassativamente): Notiamo
che l'uso del maiuscoletto per il nome
degli autori e degli interlocutori, e per
i sottotitoli, si intende generalmente
interpretato «maiuscoletto con
iniziale maiuscola», 4.
La serie del nero alla quale si accompagna
il nero corsivo), si adopera spessa per
mettere in evidenza alcune categorie di
titoli nei libri in genere; per dar
risalto nei testi scolastici a determinati
nomi ed espressioni; nei dizionari
soprattutto per contrassegnare il lemma
principale e i numeri progressivi delle
varie accezioni; nei testi di matematica i
«vettori» si compongono
più spesso in nero, 5.
Il maiuscolo (che, insieme all'alfabeto
minuscola, appartiene a ciascuna delle
serie elencate eccetto che per il
maiuscoletto a cui presta eventualmente le
iniziali) si usa soprattutto nei titoli e
rarissimamente nel testo. 6.
Lo spazieggiato (che può essere
applicata a ciascuna delle serie elencate)
è di uso alquanto raro, e limitato
soprattutto ai testi
scientifici, 7.
È indispensabile ricordare che
(a prescindere dai casi d'obbligo o
indicati dalla prassi abituale) l'evidenza
viene meglio resa con un uso sobrio di
corsivi, neri, maiuscoli e simili. Il
mettere troppe case in evidenza porta a
confondere anziché a concentrare
l'attenzione del lettore, In
determinati casi nell'uso
dell'interpunzione in genere e nell'usa di
alcuni segni in particolare, occorre tener
presente la consuetudine tipografica ed
editoriale dominante. 1.
L'interpunzione è abolita
costantemente dopo le formule, le
equazioni, le frazioni e simili quando
sono composte in centro della giustezza a
comunque staccate dal testo; prima di esse
si adopera l'interpunzione strettamente
richiesta dal periodo in corso (molto
spessa quindi si passano eliminare anche i
due punti). Se vi sano invece più
formule affiancate, queste si separano tra
loro o con un maggiore spazio a con il
punto e virgola o (meno spesso) con la
semplice virgola. 2.
Si compongono senza punto finale per una
consuetudine ormai diffusissima ogni nome,
titolo o dicitura a sé stante; in
particolare: 3.
Il punta finale si sopprime
facoltativamente nelle didascalie che
accompagnano l'illustrazione. A questo
proposito alcuni distinguono le
diciture-frasi (col punta) dalle diciture
di semplice identificazione (senza punto).
Noi pensiamo che si possa seguire un
criterio unico: o sempre senza punto o
sempre col punta, con una preferenza per
la prima soluzione, Se infatti si accetta
la consuetudine di eliminare il punto
finale nei titoli (che passano a volte
essere formati anche da una frase), non si
vede perché si debbano sollevare
eccezioni per il caso analoga delle
didascalie. Altri
casi di abolizione facoltativa del punto
riguardano, per esempio, i numerini delle
accezioni nei dizionari e le sigle in
generale (per queste ultime vedi
2.3.10). 4.
Il punto finale si sopprime d'obbligo nei
simboli di misura unificati (es.: metro =
m, grammo = g, secondo = s,
ecc.). 5.
In fine di elencazioni, l'abbreviazione
«ecc.» (per
«eccetera») è da molti
fatta precedere dall'interpunzione, e da
altri (meno numerosi) lasciata senza alcun
segno, ritenendo quest'ultimi sufficiente
l'idea di congiunzione (et coetera)
già espressa etimologicamente dalla
parola. Il segno di punteggiatura
sarà la virgola nel caso che i
singoli elementi dell'elencazione siano
tra loro separati con la virgola;
sarà invece il punta e virgola se
gli elementi dell'elencazione sono
separati dal punto e virgola (caso
più comune quando si tratta di una
serie di frasi o di espressioni di
estensione notevole). In
ogni caso non richiede interpunzione
l'«ecc.» che si usa talvolta
subito dopo le prime parole di un titolo o
di un'espressione già citati e che
non si vogliono ripetere per
intero, 6.
La virgola e il segno ordinaria per
distinguere i vari elementi nella
citazione bibliografica (vedi § 2.6,
punto 5 della norma Uni). 7.
All'interna di una stesso capoverso,
le brevi elencazioni o espressioni
numerate o contrassegnate da lettere
alfabetiche si separano di salito per
mezzo del punto e virgola; invece le
suddivisioni formate da più periodi
(contrassegnate di solito da numeri) sono
separate dal punto fermo (rafforzato
più spesso col trattino a col
lineato). 8.
Tra un capoverso e l'altro brevi
elencazioni o espressioni numerate o
contrassegnate da lettere alfabetiche (o
con altri segni ortografici) o anche salo
disposte con una maggiore rientranza
richiedano il punto e virgola; invece le
suddivisioni di estensione notevole (in
genere formate da più periodi) si
separano con il punto ferma). 9.
Uso dello spazio
nell'interpunzione: 10.
Usa del tondo e del corsivo
nell'interpunzione: L'interpunzione
(soprattutto per quanta concerne l'uso
delle virgole) è in genere
trascurata dagli autori e traduttori e la
sua sistemazione è uno dei compiti
specifici della revisione editoriale.
Numerose correzioni sulle bozze si
potrebbero evitare se si assolvesse con
cura questa delicata compito. L'uso
moderno sembra preferire, in questa
materia, un'equilibrata sobrietà,
che non sia tuttavia a scapito della
chiarezza. Al revisore, qui più che
in ogni altro punto, si richiede una
grande prudenza e di immedesimarsi il
più possibile nello stile
dell'autore. Si noti che non di rada una
virgola a prima vista giudicata superflua
o assurda potrà non essere
più tale dopo aver riletto la frase
con maggior ponderazione. (Avvertiamo il
lettore che per i punti seguenti che
trattano dell'usa specifico dei vari segni
d'interpunzione ci siamo attenuti in
massima parte a quanto è stato
esposto da Giuseppe Malagoli nel suo
pregevole volumetto Ortoepia e ortografia
italiana moderna edito da Hoepli in
seconda edizione nel 1912 e non più
ristampato). 1.
La virgola si adopera per separare tra
loro le parti della proposizione o del
periodo quando esse formano una
unità distinta e
indipendente. 1.1.
Uso della virgola nella
proposizione: a)
Antonio è figlio di Luigi:
tra il soggetto e il predicato (quando
si sussèguono immediatamente) non
si mette virgola; b)
la gran varietà di usi
ortografici riguardo a numerosi aspetti
della lingua italiana, è motivo di
notevole confusione per i tipografi:
se il soggetto è formato da
più complementi si può usare
la virgola davanti al
predicato; e)
perché non mangia, il piccolo?:
la virgola è usabile (e in
certi casi raccomandabile) quando il
soggetto viene dopo il
predicato; d)
Galileo, sommo scienziato, nacque a
Pisa: il complemento appositivo si
separa di solito con la virgola dagli
altri elementi della
proposizione: e)
Plinio il giovane: non sì
usa la virgola quando il complemento
appositivo forma un tutt'uno col
nome; f)
un'altra pausa, più grave;
se n'andò, non senza lacrime;
vennero gli amici, con un bel mazzo di
fiori: il complemento attributivo o
avverbiale. che normalmente si usa senza
virgola. può tuttavia richiederla
quando si intende dare un risalto
particolare; g)
più ampio e alto concetto
della città, non saprei: la
virgola, che di regola non si mette tra il
predicato e il sua complemento oggetto,
può essere opportunamente usata
quando il complemento oggetto, formato di
più parole. precede il predicato in
un costrutto negativo; h)
Renzo e Lucia sono i promessi sposi;
partiremo domani o doman l'altro;
né la ricchezza né gli onori
sono preferibili alla virtù: la
virgola non si mette davanti alle
congiunzioni e, o,
né; i)
sia l'oro sia l'argento sono metalli
preziosi: tra due termini messi in
correlazione con sia0
sia0 (o sia 0 che,
tanto0 quanto, tanto0 che,
così0 come) non si mette
virgola; j)
povero il mio bambino, e povero
me!: la virgola, che di regola non si
mette davanti alla congiunzione e tra le
parti simili di una proposizione. si
adopera tuttavia quando queste stesse
parti si vogliano tener distinte quasi a
sottolinearle con maggior
efficacia; k)
avevamo i nemici a fronte, e a tergo, e ai
fianchi, e insomma da ogni banda: nei
polisindeti l'uso della virgola
contribuisce a richiamare più
efficacemente l'attenzione del lettore su
ciascun termine congenere e denota spesso
una progressione d'idee con un conseguente
distacco; l)
a poco a poco cominciò a
scoprire campanili e torri e cupole e
tetti: il polisindeto rimane invece
senza virgole quando tra i vari elementi
congeneri non si desidera introdurre un
particolare distacco; m)
due popoli viventi nello stesso paese,
e diversi di nome, di lingua, di
vestiario, d'interessi: la virgola
è richiesta ogni volta che la
congiunzione e è usata con valore
avversativo (e = ma); n)
l'articolo, il nome, il pronome,
l'aggettivo, il verbo, l'avverbio, la
preposizione, la congiunzione ,
l'interiezione costituiscono le nove parti
del discorso: quando il soggetto
è formato dall'elenco di una serie
di nomi. non si mette di regola la virgola
tra l'ultimo termine e il predicato; si
noti che il penultimo e l'ultimo termine
di un elenca non necessariamente si
collegano con la congiunzione e, quindi si
deve rispettare in proposito lo stile di
ogni singolo autore. o)
una parola amichevole, schietta,
ponderata molto, può tornare utile
a chi sia nel dubbio: la virgola
(nonostante l'esempio precedente) e usata
qui Opportunamente prima del predicato per
indicare chiaramente l'appartenenza
dell'ultima parola
(molto): p)
la barbarie l'insania la viltà di
quella politica; alcuni autori sopprimono
talvolta la virgola in una serie di parole
coordinate quando queste formano
un'unità ideale; q)
i pronomi proclitici CE CI (anche
avverbio), GLIE GLI, ME MI, SE SI, TE TI,
VE VI (anche avverbio) e DI,
I, LA (pronome e articolo) LE LI LO, NE,
PRO (in favore di) sono monosillabi
deboli: in alcuni tipi di elenchi la
soppressione parziale della virgola mette
in maggior risalto i gruppi
principali; r)
mogio mogio; lemme lemme, quatto
quatto, lungo disteso; ubriaco
fradicio: tra due aggettivi o due
avverbi accostati per formare il
superlativo non si mette la virgola;
cammina, cammina, arrivò al
paese di Bengodi; indietro, indietro!:
si usa invece la virgola tra due o
più verbi che formano sempre
proposizioni distinte. o tra altre parole
usate con ellissi del verbo; s)
è poco istruito, ma ha un cuor
d'oro: davanti a ma e alle
altre congiunzioni avversative si mette di
regola la virgola; t)
egli non era per me un estraneo ma un
congiunto prediletto: nonostante
l'esempio precedente, non si mette la
virgola quando il primo termine della
proposizione introduce un non (o un non
già) che si prevede
necessariamente collegato a un ma o
a un bensì; u)
o Italiani, io vi esorto alle storie;
senti, Pietro; insomma, figliuol caro, io
non ci ho colpa: il vocativo richiede
la virgola (all'interno della frase. prima
e dopo); v)
questo , sì, mi piace; ma
quello, no davvero, non sta bene; si, eh?
smettiamo, via!: in modo analogo al
vocativo. richiedono la virgola le voci
sì, no, certo, sicuro, davvero,
no davvero, sissignore, nossignore,
anzi, ecc. quando sono incisi. e le
interiezioni in genere; w)
l'infelice bambino, lacero e scalzo,
tremava dal freddo; un poeta invisibile,
versava tali frutti di poesia: le
espressioni inserite nella proposizione
con valore di incisi richiedono parimenti
la virgola prima e dopo; x)
a bue vecchio, campanaccio nuovo;
traduttori, traditori: in espressioni
con ellissi del verbo l'uso della virgola
è opportuno ogni volta che serva ad
evitare ambiguità; y)
Via Iacopo da Diacceto, 36: tra la
via e il numero è opportuna la
virgola; z)
Montà d'Alba, 12 settembre 1966:
nelle datazioni. dopo il nome del
luogo si usa di regola la
virgola. l.2.
Uso della virgola nel periodo: a)
lo scolaro si alzò e si
preparò alla domanda; ieri è
piovuto, e oggi il cielo è ancora
nuvoloso: tra due proposizioni
coordinate con la congiunzione e non si
mette di regola la virgola; questa
però si usa spesso quando si
desideri staccare di più le due
proposizioni: b)
non vide né seppe nulla; vieni o
resti?; l'imbarcazione finì contro
la scogliera, né fu più
possibile salvare l'equipaggio; si sarebbe
unito al nostro gruppo, o avrebbe
preferito condurre azioni isolate?:
nelle brevi proposizioni coordinate da
né e o non si mette
virgola. si invece in quelle più
estese; c)
avrebbe voluto parlare, ma non
poté: davanti a una
proposizione avversativa e di norma l'uso
della virgola; d)
chi ama teme: le subordinate
soggettive il cui verbo preceda
direttamente quello della proposizione
principale non richiedono la virgola
(sì invece. se gli elementi vengono
trasposti: teme, chi ama per
evitare l'ambiguità): e)
chi non conosce che un unico libro, in
realtà non può di quello
avere conoscenza intera: se tra il
verbo della subordinata soggettiva e il
verbo della principale vi sono altre
parole. la virgola può servire
talvolta a togliere
l'ambiguità; f)
mi duole che questo suo atto delicato
tu non l'apprezzi: coi verbi e con le
locuzioni impersonali che spostano
regolarmente la soggettiva in seconda
posizione. la virgola non è
richiesta (sì. invece se si volesse
posporre il verbo principale; che
questo suo atto delicato tu non
l'apprezzi, mi duole); g)
non credo che ci siano
difficoltà; mi domandò
subito se m'ero fatto male: tra la
proposizione principale e la subordinata
oggettiva non si mette alcuna virgola.
anche se l'oggettiva venisse posposta
(che ci siano difficoltà non
credo); si noti tuttavia che
l'aggiunta di un complemento potrebbe
rendere opportuno l'uso della virgola;
che ci siano difficoltà per
questo, non credo; che ci siano
difficoltà, non lo
credo; h)
La casa Rossi [così
già determinala], che ti
ospita, è sacra: le subordinate
congiunte con un pronome O con un avverbio
relativo (che, il quale, cui, onde,
dove) vogliono la virgola
davanti al pronome o all'avverbio se sono
«predicative». cioè se
indicano qualità o caratteri
già ben determinati di per
sé; rifiutano invece la virgola se
sono «specificative». se servono
cioè a esprimere compiutamente il
concetto essendo indivisibili dalla cosa a
cui si riferiscono; i)
quando ci furono, il Griso
osservò il viso del padrone; uscito
fuori, fra Cristoforo respirò
più liberamente:. le
subordinate avverbiali. esplicite o
implicite. che precedono quella da cui
dipendono si separano ordinariamente con
la virgola (se tra il gerundio e il verbo
principale non vi sono altri complementi.
la virgola di regola si omette;
sbagliando s'impara). j)
arrivarono a casa quando tramontava il
sole; egli lavora per guadagnarsi il pane:
se la subordinata avverbiale indica
circostanze contemporanee o in stretto
rapporto col fatto principale. non si
mette alcuna virgola; k)
Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non
si fece molto aspettare: quando una
proposizione. implicita o esplicita. viene
a inserirsi fra i termini di un'altra. va
tra due virgole (queste proposizioni si
dicono comunemente «incisi»); si
noti il seguente esempio; e quando s'ha
a litigare col pane, tutto si misura
(senza virgola dopo la congiunzione
i'). dove la subordinata esplicita sta
appunto tra questa breve congiunzione
(dopo la quale si può anche non far
pausa nel discorso) e il resto della
proposizione principale; la tendenza
moderna però e per la virgola anche
in questi casi; l)la
gente che vi s'incontrava erano omacci
tarchiati e arcigni: quando la
subordinata inserita e esplicativa (vedi
h). non vuole la virgola davanti a
sé e. ove non nasca
ambiguità, può anche farne a
meno dopo; m)
egli s'affatica quanto può un
uomo debole come lui; sono stanco che non
ne posso più; tanto tonò che
piovve: tra due proposizioni in
correlazione non si mette la virgola se
nella prima di esse è sottintesa la
particella correlativa. o se la prima e
molto breve e il trapasso alla seconda
è indicato dalla congiunzione i/ti'
o dalla preposizione do seguita
dall'infinito; n)
egli si sentiva tanto stordito da quel
chiasso, che aveva bisogno di un po' di
quiete: quando non e sottintesa la
particella correlativa e quando la prima
proposizione non è breve. la
virgola pare opportuna e andrà
messa davanti alla particella
consecutiva; o)
la crudeltà è segno certo
di animo piccolo; la frode, di debole:
la virgola può essere utile a
indicare certe ellissi. specialmente
quando il periodo e diviso in due o
più membri. 2.
Uso del punto e virgola; a)
ci appoggiamo, un di qua, un di
là, dai i due lati della strada, a
un piolo; e discutiamo: . il
punto e virgola separa meglio due
proposizioni in una delle quali sia
già stata adoperata la
virgola; b)
Giulio ebbe una scossa; ma il discorso
si fermò lì: il punto e
virgola segna. in determinati casi. un
distacco più forte tra due o
più proposizioni o partì del
periodo. di cui ciascuna ha un senso
relativamente compiuto. c)
quando la grafia latina dei nessi CIE,
CIA, CIO, CIU; GIF, GIA, GIO, GIU; SCIE,
SCIA, SCIO, SCIU, passando in italiano,
s'è conservata intatta, la I ha
primitivamente mantenuto il valore di
vocale sillabica che aveva in latino:
punto e virgola si può usare
per mettere in risalto i gruppi principali
di un elenco. qualora non si sia adottata
la soluzione suggerita dall'esempio q) del
punto 16.2.1.1. Il
punto e virgola si usa pure spesso per
separare una serie di frasi o di
espressioni di estensione notevole incluse
in un elenco, e per separare gli esempi,
le formule, ecc. nei dizionari e nei libri
scolastici. 3.
Uso dei due punti; a)
io vorrei vedervi contento: vi voglio
bene io: due punti si usano quando tra
due parti del periodo si tace la relazione
che le unisce; b)
bontà e amore per tutto: ecco
quel che ci vuole: i due punti si
usano quando una parte del periodo e
spiegazione o dichiarazione di
un'altra; c)
si racconta che il principe di
Condé dormì profondamente la
notte avanti la giornata di Rocroi:
ma, in primo luogo era molto affaticato:
secondariamente aveva già date
tutte le disposizioni necessarie, e
stabilito ciò che dovesse fare, la
mattina: i due punti si adoperano
anche dove potrebbe bastare il punto e
virgola; specialmente dove quest'ultimo
segno e usato per indicare qualche altra
suddivisione minore. d)
or, essendo venuto a mancare il vino, la
madre di Gesù gli dice: non hanno
più vino: i due punti si usano
di regola per contrassegnare il discorso
diretto dopo un verbo di dire; e)
il principio sarà meglio chiarito
dalle relazione seguente: xxxxx: i due
punti si mettono di regola dopo
espressioni che introducono con una pausa
la parte che segue (formule. equazioni e
simili); f)
i segni d'interpunzione sono: virgola,
punto e virgola, due punti, punto fermo,
punto interrogativo e punto esclamativo:
l'uso dei due punti e la prassi
normale quando si introduce un elenco
formato da più di due termini.
specialmente se citati senza articolo. (Se
però i due punti cadono in mezzo a
una frase e preferibile sostituirli con la
virgola; es. due grandi capitani,
Annibale e Napoleone, valicarono coi loro
eserciti le Alpi [meglio che:
due grandi capitani: Annibale e
Napoleone, valicarono coi loro eserciti le
Alpi ]). 4.
Uso del punto fermo. li punto fermo si
mette di regola in fine di ogni periodo.
Nell'uso moderno si adopera spesso il
punto fermo dove una volta si sarebbero
messi i due punti o anche il punto e
virgola. (Per le consuetudini tipografiche
riguardanti il punto finale. vedi l.2,
1.3. l.4.). 5.
Uso del punto interrogativo ed
esclamativo. il punto interrogativo
contrassegna l'interrogazione, così
come il punto esclamativo contrassegna
l'esclamazione. 5.1.
Le interiezioni staccate vogliono sempre
l'esclamativo: ahi! oh! e simili,'
ma, se sono seguite da frase eclamativa o
interrogativa, si segnano di virgola e si
pone di preferenza il punto in fine
dell'intera frase; ah, non hai
nulla, eh?; oj, che disgrazia!; ah, questo
poi, no! 5.2.
Il punto esclamativo-interrogativo (detto
anche «punto misto») si adopera
quando la frase ha insieme tono
esclamativo e interrogativo; non le
verrebbe voglia di ridere, se non fossero
cose da far piangere?! 1.
Generalità 1.
1. I prefissi di origine greca non
raddoppiano: areligioso anagrafe antifurto apologo archidiocesi arciduca 1.2.
Le consonanti che si possono raddoppiare
sono quelle semplici prevocaliche (esclusa
: z) e inoltre b, c, d, f, g, p,
t, v seguite da l,
r. 1.3.
I prefissi (e le parole in funzione di
prefisso) polisillabi terminanti in vocale
la perdono di frequente davanti a parola
iniziante con la stessa vocale; la perdono
meno spesso davanti a vocale
diversa; antincendio antiemetico areindustrioso contrattacco contrordine extralfabetico intrarticolare microrganismo microonda seminterrato sopravanzare sottintendere sottordine sovresposizione sovrumano 1.4.
i prefissi monosillabi terminanti in
vocale la conservano abitualmente anche
davanti a parola che comincia con la
stessa vocale quando è più
sentita la composizione dei due elementi
(es. preesposizione,
riimpaginare; ma: preminenza,
rinviare). 2.
Elenco dei principali prefissi latini e
italiani, terminanti in vocale con
indicazione dell'eventuale
raddoppiamento; ante-
(non raddoppia) anteguerra.
anteporre anti-
(non raddoppia): anticamera.
antidiluviano anzi-
(non raddoppia): anziché.
anzitutto bi- bi- co- contra- (non
raddoppia): bicarbonato bilaterale
bipolare bisillabo (non
raddoppia): coredattore
coreggenza (raddoppia
nella maggior parte delle parole di uso
comune e cioè nelle
seguenti): contrabbalzo contrabbandare contrabbandiere contrabbando contraccambiare contraccambio contraccarico contraccolpo contraddanza contraddire contraddistinguere contraddittore contraddittorio contraddizione contraffacimento contraffare contraffattore contraffazione contraffilo contrafforte contraggenio contrappalmata contrappasso contrappesare contrappeso contrapponibile contrapporre contrapposizione contrapposto contrappuntato contrappunteggiare contrappuntista contrappuntistico contrassegno (contra+segno) contrassoggetto contrattempo contravveleno contravvenire contravventore contravvenzionale contravvenzione (non
raddoppia in alcune parole molto dotte
specialmente della terminologia
araldica): contrabandato (contra+banda) contrabastone contrabrisura contracomposta contrafagotto contrafasciato contrafiletto contrafiammeggiante contragigliato contragrediente contralevato contramerlato contramerlettato contranascente contranoderoso contrapalato contrapartito contrapassante contrapiantato contraposato contrapotenziato contrarampante contraramponato contrasaltante contratagliato contratrinciato contratroncato contravaiato contravaio contravariante contraverghettato Nota.
Gli elenchi relativi al prefisso contra-
sono secondo il Dizionario enciclopedico
italiano. contro- così- da- de- dopo- e- estro- extra- fra- fuori- giusta- infra- innanzi- intra- intro- iusta- ne- o- oltra- oltre- più- pre- presso- pro- quasi- re- ri- se- (non
raddoppia): controbattere controbilanciare
controfigura (raddoppia)
cosicché cosiddetto
cosiffatto (raddoppia):
dabbasso dabbene dappiù
davvero (non
raddoppia): decifrare deviare (non
raddoppia): dopoguerra,
dopolavoro (raddoppia
se è preso nel significato di
e congiunzione) ebbene, eppure,
evviva; (non raddoppia se è preso
nel significato di ex latino):
emettere (non
raddoppia): estromettere,
estroverso (no
raddoppia): extrafamiliare,
extraparlamentare (raddoppia):
frammescolare, frammettere, frammezzare,
frammezzo, frammischiamento,
frammischiare, frammisto,
frattanto (non
raddoppia): fuoriserie,
fuoribordo (raddoppia):
giustapporre, giustapposizione (raddoppia
in): inframmesso inframmettenza,
inframmettere, inframmezzare,
inframmischiare, infrapporre (non
raddoppia in): infraclinico,
infracretacico, infralapsario,
inframastite, inframercuriale, infrarosso,
infrasettimanale, infrasuono,
infravisibile (non
raddoppia): innanzitutto (non
raddoppia): intracanalicolare,
intracapsulare, intracardiaco,
intracellulare (raddoppia
eccezionalmente in
intrattenere) (non
raddoppia): intromissione,
introverso (non
raddoppia): iustacardiale,
iustapilorico (raddoppia):
nemmeno, neppure, nevvero (raddoppia
nel significato di o congiunzione:
oppure, ossia, ovvero, ovvia
[escl.]; e anche nel
significato di ob latino:
occorre, opporre,
ovviare) (non
raddoppia eccezionalmente in omettere,
omissione) (non
raddoppia): oltramontano (non
raddoppia): oltremarino, oltremodo
oltretutto, oltreché (raddoppia
in): piuccheperfetto (non
raddoppia): premettere, prenotare,
prevedere (non
raddoppia): pressoché (non
raddoppia): procurare, promuovere,
pronipote, protrarre (raddoppia
eccezionalmente in
provvedere) (non
raddoppia): quasicontinuo, quasigruppo
(termini del linguaggio
matematico) (non
raddoppia): remissione, revisione,
revocare (non
raddoppia): rimettere, risalire,
rivedere (raddoppia):
sebbene semmai, sennò,
sennonché, seppure semi- si- so- sopra- sovra- (non
raddoppia): semicerchio, semicingolato,
semilavorato (raddoppia):
sibbene, sicché, siffatto,
sissignore (raddoppia):
sobbalzare, soffermare, sollevare,
sorridere (raddoppiano
nelle seguenti parole): sopraccalza sopraccappellini sopraccapo sopraccarico sopraccarta sopraccassa sopraccielo sopracciglio sopraccoda sopraccolore sopraddazio sopraddotale sopraffare sopraffattore sopraffazione sopraffilare sopraffilo soprannaturalismo soprallineare («porre
una linea sopra») soprannaturalità soprannazionale soprannome soprannominare («imporre
un soprannome») soprannominato («col
soprannome di») soprannumerario soprannumero soprappaga soprapporta soprappassaggio soprappassare soprappensiero soprappiù soprapprezzo soprassedere soprassegnare («segnare
sopra») soprassegno soprassoglio soprassoldo sopraffino sopraggiacca sopraggitto sopraggiungere sopraggiunta sopralluogo soprammanica soprammano soprammattone soprammercato soprammettere soprammisura soprammobile soprammodo soprammontare soprannatura soprannaturale soprassoma soprassuola soprassuolo soprattacco soprattassa soprattassare sopratterra soprattetto soprattitolo soprattutto sopravvalutare sopravvalutazione sopravvenienza sopravvenimento sopravvenire sopravvento sopravveste sopravvitto sopravvivenza sopravvivere sopravvivo sopravvivolo sovraccaricare sovraccarico sovraccoperta sovrappesare sovrappeso sovrappieno sovrapponimento sovrappopolare sovrappopolazione sovrapporre sovrapporta sovrapposizione sovrapproduzione (non
raddoppiano nelle seguenti
parole): sopracaudale sopraciliare sopracifratura sopraclaveare sopracomposto sopraconduttore sopraconsole sopracornice sopracondiloideo sopracretaceo sopracromiale sopradecomposto sopradominante soprafinetra soprafioritura sopraflutto soprafrondescenza soprafusione soprafuso sopraglenoideo sopralitorale sopramarino sopramastite sopramastoideo soprametallo sopramondanità sopramondano sopramondo sopramonte sopramurazione sopranasale sopranominato («nominato
sopra») sopranormale sopraparamezzale soprapilorico soprapubico soprarazionale soprareddito soprarenale soprarizzo soprasaturazione soprasaturo soprasegmentale soprasensibile soprasenso sopratarseo sopratela sopratemporale sopratemporalità sopratonica sopratrocleare sopratunica sopravalore sopravento
(termine marinaresco) sopravento sopravissana sovrabrisura sovracapitalizzazione sovracaricato
(termine araldico) sovracompressione sovracorrente sovrafecondazione sovramarea sovramodulare sovramodulazione sovramonte sovrasuono sovratensione sovratrafilatura Nota
1. Gli elenchi relativi al prefisso
sopra- sono secondo il
Dizionario enciclopedico
italiano. Nota
2. Il prefisso sopra usato in
funzione di avverbio davanti ai participi
passati si tiene più spesso
staccato da questi quando la locuzione
aggettivale segue il nome: la legge
sopra citata (ma: la sopraccitata
legge). sotto- sta- strat- re- tri- ultra- uni- (non
raddoppia): sottobosco, sottomettere,
sottomano (non
raddoppia): stamattina, stanotte, stasera,
stavolta (non
raddoppia): stracarico, strafare,
strapotere (raddoppia
in): treppiede, tressette (non
raddoppia in): trecento, tremila,
trequarti (non
raddoppia): tricorno, trifase,
trilaterale (non
raddoppia): ultramoderno, ultrasensibile,
ultrasuono (non
raddoppia): unilaterale unisono,
univoco vice vie- (non
raddoppia): vicedirettore, viceré,
vicesindaco (raddoppia
facoltativamente): viepiù o
vieppiù, viemeglio o
viemmeglio Sul
raddoppiamento si vedano altresì i
numeri 88-95 (e relative note) di
Pronuncia e grafica dell'italiano
cit. Le
varianti ortografiche della lingua
italiana si possono presentare sotto vari
aspetti: Durante
la lettura del manoscritto occorre porre
grande attenzione all'ortografia adottata
dall'autore, verificando che sia mantenuta
uniforme per tutta l'opera. Le grafie
assolutamente scorrette si sostituiscono
con quelle corrette. Riguardo invece alle
grafie meno comuni ma ugualmente corrette
è bene ottenere, prima di apportare
modifiche, il benestare
dell'autore. Per
alcuni altri problemi generali da tener
presenti nella revisione, rimandiamo il
lettore a quanto e' già stato detto
da Amerindo Camilli e da Piero Fiorelli in
questo stesso volume alla voce
Pronuncia e grafia dell'italiano
indicando per ciascun argomento il
punto che ne tratta: |
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